L’Islanda ripristina le antiche foreste distrutte dai vichinghi

È stato avviato un grande progetto di riforestazione che mira a riportare la copertura forestale dell’isola all’antico splendore.

L’Islanda è famosa per il suo paesaggio brullo e lunare, apparentemente inospitale, caratterizzato da ghiaccio, rocce, vulcani e geyser, ma non è sempre stato così. Un tempo infatti quasi metà della piccola nazione nordica era ricoperta da lussureggianti foreste popolate da una ricca fauna selvatica. L’abitudine di sovrasfruttare il territorio in cui si insedia non è un vizio recente dell’Homo sapiens ma, quasi, un suo tratto distintivo. Sono stati infatti i vichinghi a radere al suolo le foreste islandesi per ottenere pascoli per il bestiame e legna da ardere. Quando i vichinghi giunsero in Islanda, nel Nono secolo dopo Cristo, il 40 per cento dell’isola era coperto di foreste, oggi la superficie boschiva è di appena il 2 per cento.

Ghiacciaio islandese al tramonto
Il peculiare paesaggio dell’Islanda attrae turisti da tutto il mondo, l’anno scorso 1,8 milioni di stranieri hanno visitato il Paese © Ingimage

Come è morto un ecosistema

I coloni hanno tagliato e bruciato le foreste per coltivare fieno e orzo e per creare pascoli. Hanno usato il legname per la costruzione di case e barche e il carbone per le loro fucine. Secondo diversi resoconti l’isola fu in gran parte disboscata nel giro di soli tre secoli. La distruzione delle antiche foreste islandesi e dei suoi variegati ecosistemi è stata esacerbata dalle pecore introdotte sull’isola dai vichinghi. Questi animali, che lo scrittore e ambientalista britannico George Monbiot definisce “peste bianca”, contribuiscono infatti attivamente ad impoverire il suolo, accelerandone l’erosione ed impedendo la crescita di piante e arbusti. “Il pascolo delle pecore ha impedito la rigenerazione delle betulle dopo il taglio e la superficie boschiva ha continuato a diminuire”, spiega il Servizio forestale islandese. Proprio l’erosione, causata anche dalla cenere vomitata dai vulcani, rende praticamente impossibile l’agricoltura e il pascolo e rappresenta uno dei principali problemi della piccola nazione.

Obiettivo 12% entro il 2100

L’Islanda pianta mediamente  fino a tre milioni di nuovi alberi ogni anno. Il Paese ha iniziato l’opera di rimboschimento da oltre un secolo, piantando milioni di abeti, pini, larici e betulle, ma sostituire le foreste distrutte è un processo lungo e lento, specie in un luogo così freddo. L’obiettivo del Servizio foreste islandese è di aumentare la copertura forestale dal 2 al 12 per cento entro il 2100. Dopo aver tentato di utilizzare esclusivamente specie autoctone, ormai inadatte a causa dell’aumento delle temperature, sono state selezionate specie non native “che garantiscono resilienza e sostenibilità”.

Alberi resistenti ai cambiamenti climatici

L’albero autoctono islandese, la Betulla pelosa (Betula pubescens), non riesce infatti più ad attecchire a causa dei cambiamenti climatici e gli alberi piantati nell’ultimo mezzo secolo stanno morendo. Il Servizio forestale nazionale ha quindi cercato piante adatte al nuovo clima, come abeti rossi, pini e larici. Le sementi, provenienti soprattutto dall’Alaska e selezionate attentamente, hanno dato vita a foreste che stanno ora crescendo rigogliose, “meglio di quanto chiunque abbia mai pensato”, ha affermato Þröstur Eysteinsson, direttore del Servizio forestale islandese.

Quando l’Islanda era verde

I resti fossili rinvenuti, preservati tra gli strati di lava, suggeriscono che l’Islanda, tra i cinque e i quindici milioni di anni fa, era una terra boscosa e dal clima temperato, con una grande varietà di specie di alberi, tra cui sequoie, magnolie, sassofrassi e alberi del genere Pterocarya. Per un certo periodo l’isola fu coperta da foreste di faggi mentre nel tardo Pliocene, poco prima dell’inizio delle glaciazioni del Pleistocene, predominavano foreste boreali di pino, abete rosso, betulla e ontano, adatte ad un clima più fresco. Con le glaciazioni successive la flora islandese divenne sempre più povera di specie e a farla da padrone fu la betulla pelosa.

Le cascate Gullfoss, in Islanda
L’Islanda rappresenta un caso di studio per quanto riguarda il processo di desertificazione. La scarsità di vegetazione dell’isola, a differenza di altri luoghi, non è dovuta al caldo o alla siccità, ma alla dissennata gestione delle foreste © Ingimage

I benefici del ritorno delle foreste

Il graduale processo di riforestazione garantisce all’Islanda numerosi benefici, le foreste arrestano innanzitutto il processo di erosione del suolo, favorendo l’agricoltura, e assorbono grandi quantità di CO2. Contribuiscono inoltre ad aumentare il valore paesaggistico nazionale e ad offrire riparo e sostentamento alla fauna selvatica. Grazie alle foreste l’Islanda potrà raggiungere più facilmente gli obiettivi climatici fissati e compensare le elevate emissioni pro capite di gas a effetto serra. Il Paese punta a ridurre le proprie emissioni tra il 50 e il 75 per cento entro il 2050. La scelta dell’Islanda di ripristinare le sue antiche foreste è dettata dalla necessità ma è, allo stesso tempo, un’iniziativa coraggiosa. Questo lungo processo altererà infatti l’aspetto iconico del Paese, per cui è diventato famoso e amato dai turisti. Ci insegna infine i danni a lungo termine causati dalla distruzione dell’ambiente e l’importanza della rinaturalizzazione. Non è troppo tardi per fare un passo indietro, alleviare la nostra pressione sugli ecosistemi e provare a sanare le ferite che per secoli abbiamo inflitto alla terra, i risultati potrebbero sorprenderci.

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