In Italia troppo spesso diventare madri significa ridimensionare il lavoro, o rinunciarvi del tutto

In Italia il tasso di occupazione delle madri è più basso e più di un contratto su tre è part time. A dirlo è Save the children nel report Le equilibriste.

  • In occasione della festa della mamma, Save the Children ha pubblicato la nuova edizione del report Le equilibriste.
  • Il calo delle nascite in Italia è rapidissimo: nel 2023 sono nati solo 379mila bambini e bambine.
  • Il contratto part time è una prerogativa quasi solo femminile ed è scelto soprattutto dalle madri.
  • Il tasso di occupazione delle donne scende in presenza di figli minorenni; per gli uomini è l’esatto contrario.

In Italia si fanno sempre meno figli, questo è un dato di fatto. Uno di quei temi di cui si torna periodicamente a discutere, soprattutto quando l’Istituto nazionale di statistica (Istat) pubblica i nuovi dati che infrangono un record negativo dietro l’altro. Le ragioni sono tante, non sempre immediate, non sempre lineari. Da nove anni, l’organizzazione non governativa Save the children coglie l’occasione della festa della mamma per indagarne alcune: le politiche di sostegno alla genitorialità e, come logica conseguenza, le scelte che le famiglie sono costrette a fare per potersi prendere cura dei propri bambini e bambine. Anzi: più che “le famiglie”, sarebbe più corretto dire “le madri”.

Il calo delle nascite in Italia è rapido ed evidente

Ci sono innanzitutto quelle donne che un figlio non possono o non vogliono averlo. Nel 2023 le nascite sono state 379mila: dieci anni prima, nel 2013, erano 514mila. Il numero medio di figli per donna è di 1,20; non stupisce quindi che nel 2022 quasi la metà dei bambini e bambine (il 48,9 per cento) fosse il primogenito di una coppia. Tra tutti i paesi europei, l’Italia è quello in cui l’età media della madre al primo figlio è più alta (31,6 anni) e il secondo per percentuale di primi nati da mamme over 40 (8,9 per cento).

L’opinione comune vuole che la popolazione di origine straniera compensi il calo della natalità delle coppie italiane, ma questo era vero soprattutto nei primi anni Duemila. Nel 2012 le persone di origine straniera erano il 7,6 per cento dei residenti; dieci anni dopo erano il 9 per cento ma, in compenso, i bambini nati da almeno un genitore di origine straniera erano 82.216. Cioè quasi 26mila in meno rispetto ad allora.

I servizi di supporto alla genitorialità fanno la differenza

Le donne che diventano madri, poi, in media trascorrono con i figli molto più tempo rispetto ai loro partner. In Italia, per una su cinque la cura dei figli è un lavoro a tempo pieno, dieci ore al giorno per sette giorni alla settimana. Soltanto il 6 per cento dei padri, invece, si dedica al 100 per cento ai bambini (l’indagine è dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere e nel campione comprende anche persone in congedo, pur non specificando quante). In Germania, i papà a tempo pieno sono molti meno (il 2,8 per cento), ma anche le mamme: il 16,3 per cento. Vale lo stesso discorso per la Francia, dove le percentuali sono pari rispettivamente al 3,8 e al 13,4 per cento.

Tutto sommato, interpretare questo dato è semplice. Le esigenze di bambini e bambine, bene o male, sono sempre le stesse. Quello che cambia attraversando i confini nazionali sono i servizi disponibili per i genitori e i loro costi, anche parametrati alle retribuzioni. Se dal 2000 in poi la Francia è rimasta l’unico paese europeo stabilmente vicino alla soglia dei due figli per donna, ad esempio, è anche perché garantisce visite domiciliari post parto, orari scolastici compatibili con quelli lavorativi (che sono di 35 ore alla settimana full time e non 40), asili comunali, familiari e aziendali, bonus economici per le famiglie, forti detrazioni fiscali per i nuclei familiari numerosi e così via.

Quante madri in Italia rinunciano al lavoro

Se le politiche familiari sono insufficienti, l’alternativa diventa quella di ridimensionare la dimensione lavorativa. O sacrificarla in toto. In Italia è molto più comune che una donna abbia un contratto part time rispetto a un uomo: si parla del 31,3 per cento contro il 6,6 per cento. Questo 31,3 per cento, per giunta, è una media: per le madri la percentuale arriva al 36,7 per cento, più di una su tre, mentre si ferma al 23,5 per cento per le donne senza figli.

Quando uno dei due elementi della coppia deve rinunciare al lavoro, quasi sempre è la donna. Nella fascia di età compresa tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione maschile è dell’83,7 per cento: per i padri supera il 91 per cento, per chi non ha figli si ferma al 77,3. Per le donne, la dinamica è opposta: il tasso di occupazione delle madri di due figli minorenni si ferma al 57,8 per cento, sale fino al 64,9 per cento se il figlio è uno e arriva al 68,7 per cento per chi non ha figli. In gergo, si parla di motherhood penalty.

Non è detto che si tratti di donne che, fin dal primo momento, hanno preferito dedicarsi alla famiglia. Nel 2022 in Italia ci sono state oltre 61mila dimissioni volontarie di persone di figli di età inferiore ai tre anni: di cui il 72,8 per cento donne e solo il 27,2 per cento uomini. Quando a dimettersi sono le madri, nel 63,6 per cento dei casi è per l’incapacità di sostenere anche il lavoro di cura; quando a dimettersi sono i padri, nel 78,9 per cento dei casi è per cambiare azienda. Nel complesso, riferisce Save the Children, una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo essere diventata madre.

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