Come funziona il congedo parentale nel 2023, cosa cambia (in meglio) e cosa manca per conciliare lavoro e famiglia

Come funziona il congedo parentale nel 2023, per dipendenti e autonomi, e perché un’equa divisione dei compiti tra padri e madri va a beneficio di tutti.

“Sono diventato padre da un anno e so cosa significa stare a fianco della madre nei primi mesi di vita del nuovo nato”. “Sono mamma e vorrei più tempo con mia figlia”. “Aumentare il congedo per una maggiore responsabilità del padre, così da non sentire più definire mammo un buon papà”. “I genitori sono due, il padre non è un supporto accessorio”. “Siamo genitori di una bambina di 2 mesi e affrontare da sola i primi giorni di vita della bambina non è stato facile”. “La cura dei figli, da parte di entrambi i genitori, è alla base di un diverso tipo di società, nella quale appunto possa prevalere il valore della relazione, della convivialità, rispetto agli stereotipi del successo, della carriera, del lavoro fine a se stesso ed alienante”. Sono alcuni dei commenti lasciati dalle quasi 50mila persone che, negli scorsi mesi, hanno firmato una petizione che chiede al governo di aumentare il congedo di paternità obbligatorio, attualmente pari a dieci giorni. A testimonianza di quanto sia tangibile la necessità di più tempo da dedicare ai figli, a partire dal 2023 in Italia sono cambiate anche le regole per il congedo parentale facoltativo, con un’estensione dei termini e una maggiore equità tra i due genitori. Vediamo meglio di cosa si tratta, come funziona e perché ce n’è bisogno.

Le madri italiane, equilibriste tra lavoro e famiglia

Dovendo dare un titolo a un report sulla maternità in Italia nel 2022, l’organizzazione non governativa Save the children ne ha scelto uno che da solo comunica già tantissimo, senza bisogno di altre spiegazioni. Le equilibriste. Equilibriste sono le donne che fanno sempre meno figli (la media è di 1,25) e sempre più tardi (l’età media al parto è di 32,4 anni; era di 30,6 nel 2013). Questo anche – ma non solo – per un’incertezza generale che impedisce loro di fare piani stabili per il futuro.

D’altra parte, i dati sull’occupazione forniti dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) continuano a evidenziare un macroscopico divario di genere. Nel corso del 2022, 334mila persone hanno trovato lavoro: 296mila uomini e 38mila donne. Cioè l’88 per cento contro il 12 per cento. Il tasso di occupazione femminile è in crescita, ma è una crescita più lenta rispetto a quello maschile (0,5 punti contro 1,6) e i valori assoluti restano comunque sproporzionati. In Italia hanno un lavoro poco più di 9,7 milioni di donne, contro 13,4 milioni di uomini. Il tasso di occupazione è, rispettivamente, del 51,3 e del 69,6 per cento.

Quando le madri un lavoro ce l’hanno, devono fare – appunto – le equilibriste. Complice anche una ripartizione “fortemente asimmetrica” della cura della casa e della famiglia, circa una lavoratrice su tre ha un impiego part time; una formula scelta invece solo da un uomo su dieci. In mancanza di altre politiche di welfare, spesso possono fare affidamento solo sui nonni: sono loro a prendersi cura di bambini fino a cinque anni in più del 60 per cento dei casi, se entrambi i genitori sono occupati.

Ma come si esce da questa impasse? Fornendo più supporto alle famiglie. Famiglie intese come unicum, in cui padre e madre hanno uguali responsabilità e uguali diritti. Ecco perché l’estensione del congedo parentale, anche per gli uomini, è molto più che una questione previdenziale, ma assume anche un peso in termini culturali.

Qual è la differenza tra congedo obbligatorio e congedo parentale

Il congedo parentale non va confuso con il congedo obbligatorio di maternità o paternità. Quest’ultimo è, appunto, un obbligo per i lavoratori dipendenti.

Le madri devono astenersi dal lavoro per cinque mesi, da suddividere in vari modi: due prima la data presunta del parto e tre dopo, oppure uno prima e quattro dopo, o ancora (questa è una novità del 2019) tutti e cinque dopo la nascita, purché i medici siano d’accordo. In caso di adozione, i cinque mesi spettano tutti dopo l’ingresso del figlio in famiglia. Durante questo periodo, la neomamma riceve ogni mese l’80 per cento della sua ultima busta paga.

Il padre ha invece diritto a dieci giorni di astensione dal lavoro, con un’indennità pari al 100 per cento della sua retribuzione. Se il parto è gemellare, i giorni diventano venti. Può richiederli tutti insieme oppure frazionarli, da due mesi prima della nascita fino a cinque mesi dopo. Dieci giorni sono senza dubbio pochi se paragonati a quelli di cui godono le madri, ma sono comunque una conquista recente: prima della legge di bilancio 2021 erano solo 7.

Tutte le informazioni sulla maternità e paternità obbligatoria sono nel sito dell’Inps.

E i lavoratori autonomi, invece? Alla madre spetta per cinque mesi un’indennità pari all’80 per cento della sua retribuzione media, proprio come le lavoratrici dipendenti. La differenza sta nel fatto che in questo periodo è libera di continuare a lavorare ed emettere fatture. Per il padre, invece, non è previsto nulla: può soltanto usufruire del congedo previsto per la madre se quest’ultima muore, è in stato di grave infermità, abbandona il figlio, non lo riconosce, o se il figlio gli viene affidato in via esclusiva. Tutte le informazioni sono a questo link.

congedo parentale per entrambi i genitori
Tre mesi di congedo parentale spettano al padre, tre alla madre e tre, invece, possono essere chiesti indifferentemente da uno dei due genitori © fizkes/iStock

Come funziona il congedo parentale per i dipendenti

Per i lavoratori dipendenti, dunque, il congedo parentale nel 2023 funziona così:

  • Dal 13 agosto del 2022 la coppia ha diritto a nove mesi di congedo parentale in cui riceve il 30 per cento della propria retribuzione media. Tre mesi spettano al padre, tre alla madre e tre, invece, possono essere chiesti indifferentemente da uno dei due genitori entro i 12 anni di vita del figlio o della figlia (e non più 6, come era previsto fino al 2022).
  • Questo periodo di tempo è fruibile anche a ore.
  • Uno di questi nove mesi complessivi può essere indennizzato all’80 per cento, ma soltanto a uno dei due genitori e soltanto se viene richiesto entro il sesto anno di età del figlio o della figlia.
  • Valgono le stesse regole se il figlio è stato adottato o dato in affido; in questo caso la soglia dei 12 anni viene conteggiata non dalla sua nascita ma dal suo ingresso in famiglia. L’unico limite sta nel fatto che i suoi genitori possono usufruire del congedo soltanto se è ancora minorenne.
  • C’è anche la possibilità di arrivare a 10 mesi complessivi di congedo, che diventano 11 se il padre si astiene dal lavoro per almeno tre mesi. Per questi mesi aggiuntivi, però, il genitore riceve l’indennizzo al 30 per cento soltanto se il suo reddito è al di sotto di un determinato limite (nel 2021 era pari a 515,28 euro al mese).
  • Se un genitore è solo, o se gli è stato affidato il figlio in via esclusiva, gli spettano tutti e 11 i mesi (di cui 9 con l’indennizzo pari al 30 per cento dello stipendio).

L’indennità, cioè il pagamento mensile pari al 30 per cento dello stipendio medio, non spetta a genitori che hanno smesso di lavorare, lavorano a domicilio o sono lavoratori domestici.

Per le informazioni complete, i riferimenti di legge e le istruzioni per presentare la domanda, si può fare riferimento al sito dell’Inps.

La novità sul congedo parentale nella legge di bilancio 2024

Il disegno di legge di bilancio 2024, presentato a ottobre 2023  dal governo di Giorgia Meloni, introduce un ulteriore ampliamento del congedo parentale facoltativo. Già l’anno precedente, infatti, la retribuzione di uno dei mesi di congedo era stata aumentata dal 30 all’80 per cento dello stipendio; a partire dal 2024 ci sarà anche un altro mese retribuito all’80 per cento, purché il figlio o figlia abbia meno di sei anni. Dal 2025, la retribuzione passerà dall’80 al 60 per cento. La durata complessiva del congedo parentale facoltativo dunque resta identica, ma chi lo richiede potrà incassare uno stipendio un po’ più alto. E sarà dunque più incentivato a usufruirne, perché non ci rimette troppo in termini economici. Questo, ad ogni modo, è soltanto ciò che prevede la bozza di legge: non è da escludere che ci siano delle modifiche durante l’iter di approvazione da parte di Camera e Senato che dovrà concludersi entro il 31 dicembre.

Congedo parentale su base oraria: come funziona

I lavoratori dipendenti possono usufruire del loro congedo parentale come preferiscono: possono sfruttare tutto il periodo insieme, oppure prendere i mesi o i giorni singolarmente, o ancora scaglionarlo su base oraria. La durata complessiva resta sempre la stessa e non conteggia sabati e domeniche, se sono giornate di riposo.

Ma a quante ore di congedo corrisponde una giornata di lavoro? A specificarlo è il contratto collettivo nazionale. Se non c’è, bisogna prendere come riferimento l’orario medio giornaliero previsto per il mese precedente a quello in cui ha inizio il congedo: si può chiedere il congedo parentale per la metà di tale orario.

Il congedo parentale a ore è cumulabile con i permessi della legge 104 che servono per assistere familiari e figli disabili, oppure se il lavoratore stesso è portatore di handicap. Al contrario, le ore di congedo parentale non possono essere sommate, nello stesso giorno, a quelle del riposo per allattamento. Se si hanno più figli, inoltre, durante un singolo giorno si possono chiedere le ore di congedo soltanto per uno di loro. La legge inoltre prevede altri permessi orari in alternativa al prolungamento del congedo parentale, anche per i figli disabili (articolo 33 dlgs 151/2001): anche in questo caso, il genitore deve scegliere se sfruttare le ore di congedo o quelle di permesso.

Congedo parentale su base oraria: come richiederlo

Il dipendente deve presentare la domanda di congedo prima del periodo che intende chiedere; in caso contrario, rischia di perdere i giorni di cui ha già usufruito. Per presentare la domanda di congedo a ore ci si può collegare al sito dell’Inps, oppure si può contattare il call center, o ancora ci si può recare presso un patronato (Caf). Dopo la prima domanda, per presentarne un’altra si può rifare la procedura dall’inizio oppure, per comodità, si può replicare quella precedente, cambiando solo alcuni parametri.

Come funziona il congedo parentale per le partite Iva

Non tutti lo sanno, ma il congedo parentale è previsto anche per i lavoratori autonomi, cioè imprenditori, artigiani, liberi professionisti, soci di cooperativa, agenti e rappresentanti di commercio. Non essendoci una busta paga, l’indennità del 30 per cento in questo caso viene calcolata sulla retribuzione convenzionale giornaliera che la legge stabilisce ogni anno per ciascuna di queste categorie. Dal 13 agosto 2022 hanno diritto a questo periodo di astensione retribuita dal lavoro anche i padri, non più solo le madri.

Per gli autonomi, però, il congedo parentale è più breve e soggetto a più vincoli:

  • Ciascun genitore ha diritto a tre mesi per ogni figlio.
  • Questi tre mesi possono essere richiesti entro il primo anno di vita o di ingresso in famiglia; e non entro i primi 12.
  • Le donne possono usufruire del congedo parentale dopo la fine del periodo di maternità retribuita all’80 per cento.
  • Il genitore deve avere versato i contributi nel mese precedente alla richiesta.
  • Può ricevere l’indennizzo soltanto chi effettivamente non lavora (e quindi non fattura) durante il periodo considerato. Questo limite è stato rimosso per la maternità obbligatoria: in tal caso infatti la madre percepisce comunque i cinque mesi di indennizzo, anche se continua a fatturare nel frattempo.

Tutte le informazioni sono riportate nel sito dell’Inps.

congedo di paternità in Spagna
In Spagna, nelle prime sei settimane di vita del bambino o della bambina, anche il padre è in congedo obbligatorio dal lavoro © Orbon Alija/iStock

Quali sono le regole negli altri paesi europei

Ma il congedo a cui hanno diritto i genitori in Italia è all’avanguardia o no, se paragonato a quello previsto in altri stati europei? Cominciamo dai paesi scandinavi, di norma lodati come esempi positivi. A svettare in termini di parità di genere è la Finlandia, soprattutto dopo la riforma entrata in vigore nel 2022. Oltre al congedo di 40 giorni per la gravidanza, ciascuno dei due genitori ha diritto a 160 giorni di congedo parentale retribuito, con la possibilità di sfruttarne 18 in contemporanea e di cederne un massimo di 63 all’altro genitore. Tutto questo, fino al secondo compleanno del figlio o della figlia. Il fatto che gli uomini siano equiparati in tutto e per tutto alle donne è volutamente pensato per incoraggiare i padri: nel 2020 solo uno su dieci si era preso alcuni giorni di congedo.

In Norvegia si può scegliere 49 settimane retribuite al 100 per cento o 59 retribuite all’80 per cento. Le prime tre prima del parto spettano soltanto alla madre: dopodiché, entrambi i genitori hanno diritto allo stesso periodo (15 settimane a stipendio pieno che diventano 19 a stipendio parziale) e le settimane rimanenti possono essere chieste indifferentemente da uno dei due.

In Svezia, l’indennità di congedo viene pagata per 480 giorni (circa 16 mesi) per ogni figlio, di cui 390 retribuiti sulla base del reddito e gli altri 90 con un gettone di 15,90 euro al giorno. Si può usufruire di questo permesso fino ai 12 anni di età del bambino o della bambina. Ciascun genitore ha diritto allo stesso numero di giorni; 90 non sono trasferibili, tutti gli altri sì.

Al di fuori della Scandinavia, un altro paese che spicca per equità dei ruoli è la Spagna. Ogni genitore ha infatti diritto a 16 settimane pagate al 100 per cento e non trasferibili. Le prime sei, subito dopo la nascita del bambino, sono obbligatorie per entrambi; delle dieci rimanenti invece si può usufruire se e quando si desidera, anche part time, per tutto il primo anno di vita.

L’Unione europea ha raccolto e sintetizzato le informazioni di base sui sistemi di sicurezza sociale dei 27 stati membri. Si possono consultare a questo link.

 

Articolo pubblicato il 3 febbraio 2023 e aggiornato l’8 novembre 2023, con le novità sul 2024.

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