Maltempo in Piemonte e Liguria, prevenire è meglio che curare

Quali sono gli strumenti pratici per prevenire i disastri del maltempo.

Tra il 24 e il 26 novembre le regioni Piemonte e Liguria sono state interessate da un’emergenza maltempo caratterizzata da forti piogge e fiumi in piena. In particolare, in Piemonte i fiumi Po e Tanaro sono straripati in alcuni punti facendo tornare alla memoria l’alluvione del 1994.

Nonostante la quantità di acqua caduta sia maggiore del ’94, in Piemonte ci sono state pochissime vittime – una per l’esattezza, in Val Chisone-  e i danni hanno riguardato soprattutto coltivazioni, strade, ponti e abitazioni. In totale il danno economico è stato quantificato in 1 miliardo di euro, danno che riguarda soprattutto la perdita di raccolti agricoli. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha dichiarato che “nelle prossime ore, quando il governo riceverà la richiesta di stato di emergenza, si muoverà in modo immediato“.

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Una delle due barche turistiche sul Po – del valore di 1,2 milioni di euro – si è inabissata ed è rimasta danneggiata / Foto di Nicolò Campo/LightRocket via Getty Images

Stop alla cementificazione selvaggia

Ancora una volta le associazioni ambientaliste puntano il dito contro l’eccessiva cementificazione del suolo e la mancanza di prevenzione. Secondo Wwf Italia, un quarto del suolo ligure entro la fascia di 150 metri dagli alvei fluviali è stato cementificato in soli tre anni, tra il 2012 e il 2015. È stato costruito a ridosso e dentro gli alvei, come a Genova dove i corsi d’acqua sono stati canalizzati e “tombati” dal cemento. In Piemonte questa tendenza è cresciuta del 9 per cento. Per Legambiente Piemonte, su 1.206 comuni piemontesi ben 1.131 hanno aree a rischio frana o alluvione. Si tratta del 93 per cento del totale, con punte che arrivano al 99,2 per cento nelle province di Cuneo e Asti: più di 87mila residenti in aree a pericolosità idraulica elevata e più di 220mila in aree a pericolosità media.

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Il fiume Tanaro a Garessio, 24 novembre 2016. / MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images

Le cose non sono andate sempre così. Sempre secondo il Wwf, negli anni immediatamente successivi al tragico alluvione che ha colpito le province di Cuneo, Asti e Alessandria nel 1994, per un breve periodo i ministeri competenti (ambiente, infrastrutture, politiche agricole, beni culturali), regioni e protezione civile erano riuscite a impostare una corretta pianificazione basata sulla prevenzione lavorando insieme su un piano condiviso di assetto idrogeologico più programmi di interventi coordinati sul bacino fluviale.

“Non si fece in tempo a consolidare quell’approccio che dal 1999 iniziò la marcia indietro”, spiega il Wwf. “Da allora le autorità di bacino sono state delegittimate, l’individuazione degli interventi e la gestione dei fondi è tornato in capo al rapporto tra stato e regioni, si è agito soprattutto sull’onda dell’emergenza con interventi spesso inutili e controproducenti“. Tutto ciò nonostante l’istituzione di “Italia Sicura”, un gruppo di lavoro guidato dalla Presidenza del Consiglio per “accellerare gli interventi in materia di dissesto idrogeologico” e gestire le risorse in materia.

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Un uomo pulisce il proprio negozio a Garessio. Tutte le abitazioni e i negozi ai piani terra lungo il Tanaro sono stati evacuati / AFP / MARCO BERTORELLO (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images

Le tre cose da fare

Le cose che possono essere fatte da subito, secondo Wwf, sono tre:

  1. basare le priorità di intervento sulla scala di bacino idrografico elaborate dalle autorità di distretto;
  2. utilizzare l’intera cifra di 1,9 miliardi di euro della legge di Bilancio 2017 alla prevenzione e all’emergenza idrogeologica e sismica invece di destinare  queste risorse “a pioggia” per interventi non prioritari;
  3. appoggiare alla Camera l’emendamento “salva suolo” al disegno di legge di Bilancio 2017 approvato in Commissione Bilancio su proposta della Commissione Ambiente.

A queste si aggiungono le proposte di Legambiente, ovvero di rispettare la legge 100 del 2012 che ha stabilito per le amministrazioni comunali l’obbligo di adottare e aggiornare un piano d’emergenza: ad oggi infatti sono ancora 102 i comuni del Piemonte che non si sono mai dotati di un piano di emergenza e ben 310 quelli che hanno piani non adeguati perché precedenti al 2004.

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Un’auto sommersa nel Parco del Valentino, Torino / Nicolò Campo/LightRocket via Getty Images

Quando la comunicazione funziona: il caso di Alba

Rispetto al 1994 diversi argini sono stati alzati. E sono questi che hanno tenuto botta durante il maltempo di questi giorni. Se ne sono accorti a Garessio, a Ceva ma soprattutto ad Alba, dove gli interventi sui canali hanno in effetti scongiurato l’esondazione del Tanaro. Ma a cambiare è stata soprattutto la comunicazione. Grazie a una forma ibrida di comunicazione istituzionale e uso dei social network, Alba ha saputo gestire l’emergenza in maniera virtuosa ed evitare vittime per la strada (considerando che nel ’94 le uniche vittime dell’albese sono state nove persone che viaggiavano per strada ignare dell’alluvione in corso).

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Il Tanaro ad Alba prima della piena / foto di Maurizio Bongioanni

Come spiega il portale Envi.info, la popolazione ha potuto infatti seguire in diretta sui social lo svolgersi della situazione grazie all’unità di emergenza costituita da Comune e Protezione Civile. Per il sindaco Maurizio Marello il coordinamento fra protezione civile, prefettura, vigili del fuoco e forze dell’ordine è stato centrale come l’approvazione nei mesi precedenti del nuovo piano di protezione: il sindaco e la giunta, infatti, avevano presentato di persona in tutti i quartieri di Alba un piano sugli scenari di rischio in caso di maltempo e proposto di avere in ogni quartiere dei referenti a supporto della protezione civile, persone conosciute sul territorio, adeguatamente formate e reperibili dal sindaco in situazione di emergenza. Scelta che a quanto pare si è rivelata molto utile.

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