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Si chiama “effetto biofouling” ed è lo sviluppo di organismi sulla plastica dispersa in mare. Un team di ricercatori ne ha parlato a Slow Fish.
Pensiamo che la plastica nel mare sia uno di quei temi di cui si sia già parlato in abbondanza. Ma anche se non abbiamo mai gettato una bottiglia di plastica in mare, non significa che il problema non esista. Tante ormai sono le dichiarazioni di intenti, le campagne di denuncia e di sensibilizzazione che vanno in questa direzione, eppure il problema persiste e, anzi, si sta aggravando.
In quest’ottica si inseriscono i progetti SPlasH! e SPlasH&Co, realizzati in parternariato fra l’università degli studi di Genova, l’European research institute onlus e l’università di Tolone. SPlasH!, in particolare, ha analizzato per la prima volta presenza, origine e dinamiche delle microplastiche nei porti di Genova, Olbia e Tolone. Lo studio si è concentrato in particolare sull’accumulo degli organismi sulle plastiche: si chiama effetto biofouling e gli autori della ricerca ne hanno parlato davanti al pubblico dell’ultima edizione di Slow Fish.
Analizzare le acque del porto è necessario perché il porto è un collettore di tutto il materiale che arriva da altre aree del mare e dalle città sulle quali il porto si affaccia. Campionando il contenuto rinvenuto negli stomaci dei cefali e tra le tonnellate di rifiuti raccolti, sono stati analizzati in laboratorio oltre 2.000 frammenti di microplastiche, in particolare secondarie e derivanti dalla frammentazione di plastiche più grandi, tra cui ci sono anche i cotton-fioc e le mascherine usate dalla pandemia in poi.
Un’importanza rilevante ha assunto il monitoraggio sull’effetto del biofouling, ovvero la crescita e l’accumulo di microrganismi, alghe o piccoli animali sui detriti di plastica o sulle mascherine usa e getta usate durante la pandemia. In particolare, nei laboratori delle due università coinvolte, mascherine e frammenti di microplastiche vergini sono stati immersi in acqua di mare con lo scopo di far crescere il biofilm di batteri e alghe sulla loro superficie. Successivamente, a diversi intervalli di tempo, ovvero a diversi gradi di crescita del biofilm, i frammenti e le mascherine sono stati immersi in vasche dove è stata simulata la loro dispersione in mare e sono stati studiati il loro comportamento e la dinamica lungo la colonna d’acqua.
Gli esperimenti condotti, i cui risultati non sono ancora pubblici, hanno lo scopo di valutare la velocità dell’effetto del biofouling su diversi tipi di detriti plastici e dunque sul loro trasporto in acqua e sulla destinazione, in balìa del moto delle onde e delle correnti. “I risultati di questi studi potranno essere integrati nei modelli predittivi sul trasporto della plastica e risultare conseguentemente utili alla salvaguardia dell’ambiente marino”, hanno spiegato i ricercatori durante Slow Fish.
Il progetto SPlasH&Co è stata la naturale prosecuzione del progetto di raccolta dati, ed è consistito nello sviluppo di campagne divulgative coinvolgendo 2500 studenti con 14 scuole liguri e 7 scuole sarde, realizzando un serious-game ed eventi pubblici sui territori coinvolti.
“La nostra vita è completamente dipendente dall’ambiente, in particolare dall’acqua, in particolare dal mare”, spiega lo scienziato Franco Borgogno, direttore dello European research institute. “Per rendersene pienamente conto, basta considerare quello che ci serve per vivere: respirare, bere, mangiare, e vedere come senza acqua nessuna di queste azioni sarebbe possibile. Beviamo acqua, il nostro cibo è prodotto a partire dall’acqua, e al fitoplancton – la parte vegetale del plancton oceanico dobbiamo la metà dell’ossigeno che respiriamo”.
“Un altro materiale con cui dovremo confrontarci prima o poi è rappresentato dalle fibre di cotone in mare“, spiega Marco Capello, oceanografo dell’università di Genova. “
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