Quando Stati Uniti, Canada e Messico hanno ottenuto l’organizzazione dei Mondiali del 2026, gran parte dell’attenzione si è concentrata sulle dimensioni senza precedenti del torneo. Per la prima volta la competizione sarebbe stata ospitata da tre paesi diversi e avrebbe coinvolto quarantotto nazionali invece delle tradizionali trentadue.
A pochi giorni dall’inizio della manifestazione, però, il dibattito si sta spostando su altri aspetti. Da una parte ci sono le preoccupazioni legate alle temperature che potrebbero accompagnare alcune partite durante l’estate nordamericana. Dall’altra una serie di episodi verificatisi negli aeroporti statunitensi ha riportato al centro dell’attenzione le difficoltà incontrate da alcune delegazioni nel raggiungere il paese ospitante.
Le due questioni sembrano appartenere a piani completamente diversi. La prima riguarda il clima, la seconda le politiche migratorie e di sicurezza. Eppure entrambe stanno contribuendo a ridefinire le condizioni entro cui si svolge uno dei più importanti eventi sportivi del pianeta.
Quando il clima diventa una questione logistica
Negli ultimi mesi diversi climatologi e medici dello sport hanno espresso preoccupazione per le condizioni ambientali in cui potrebbero disputarsi alcune partite del torneo. Un’analisi del gruppo di ricerca World weather attribution ha stimato che circa un quarto delle gare potrebbe svolgersi in condizioni di caldo e umidità superiori alle soglie di sicurezza indicate dal sindacato mondiale dei calciatori Fifpro, mentre Reuters ha raccolto le preoccupazioni di scienziati ed esperti di salute sportiva che considerano il Mondiale del 2026 un importante banco di prova per il calcio in un clima sempre più caldo. Circa un quarto delle gare potrebbe svolgersi in condizioni considerate problematiche per la salute degli atleti a causa della combinazione tra alte temperature e umidità
Le città che preoccupano maggiormente gli esperti sono soprattutto quelle del sud degli Stati Uniti, come Miami, Houston e Dallas, dove durante l’estate le temperature elevate si combinano con tassi di umidità particolarmente elevati. In queste condizioni il corpo umano fatica a dissipare il calore prodotto durante lo sforzo fisico, aumentando il rischio di stress termico e disidratazione.
Il problema riguarda anche tifosi, volontari e lavoratori impiegati negli impianti. Per questo motivo gli organizzatori hanno previsto stazioni per l’idratazione, aree di raffrescamento, tende climatizzate e altre misure per mitigare gli effetti del caldo nelle zone circostanti gli stadi.
Quando il clima cambia le regole del gioco
Negli ultimi anni i cambiamenti climatici hanno già iniziato a modificare il modo in cui vengono organizzate le grandi competizioni sportive. Le Olimpiadi di Tokyo del 2021 furono accompagnate da numerose discussioni sulle temperature elevate registrate durante le gare, tanto che alcune prove vennero spostate in località considerate meno esposte al caldo estremo. Anche il tennis ha dovuto adattarsi. Gli Australian Open hanno introdotto negli anni protocolli specifici per affrontare le ondate di calore, prevedendo la sospensione delle partite e misure straordinarie per la tutela di atleti e spettatori.
Il caso più noto resta però quello dei Mondiali in Qatar. Quando nel 2010 la Fifa ha assegnato il torneo all’emirato, il dibattito si è concentrato soprattutto sulle accuse di corruzione e sulle condizioni dei lavoratori migranti impiegati nei cantieri. Con il passare degli anni è diventato però evidente che disputare una competizione internazionale tra giugno e luglio avrebbe comportato rischi significativi per giocatori e spettatori. Nel 2015 la Fifa decise quindi di spostare il torneo tra novembre e dicembre del 2022, modificando per la prima volta nella storia il calendario delle principali competizioni calcistiche europee.
Il Mondiale del 2026 si svolgerà nel periodo tradizionale, ma le discussioni sulle temperature e sull’umidità mostrano come il clima sia ormai diventato una variabile centrale nella pianificazione degli eventi sportivi internazionali. Le questioni che fino a pochi anni fa riguardavano soprattutto la sostenibilità ambientale degli impianti o gli spostamenti delle squadre oggi incidono direttamente sulle condizioni in cui si gioca, si lavora e si assiste alle competizioni.
Il caso dell’acqua negli stadi
La gestione delle temperature è entrata nel dibattito pubblico anche attraverso una controversia apparentemente secondaria. A pochi giorni dall’inizio del torneo, la Fifa ha modificato il proprio regolamento vietando l’ingresso delle bottiglie riutilizzabili negli stadi per ragioni di sicurezza, sostenendo che oggetti come bottiglie e contenitori potrebbero essere lanciati e provocare ferite. La decisione ha suscitato critiche da parte delle associazioni dei tifosi, che hanno sottolineato come limitare l’accesso all’acqua durante un torneo estivo possa aumentare il rischio di disidratazione e colpi di calore.
Tra le voci critiche c’è stata anche quella del sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha chiesto chiarimenti alla Fifa sostenendo che nessun tifoso dovrebbe rischiare di essere “escluso dall’accesso all’acqua” durante un evento che si svolge in condizioni di caldo intenso. Dopo le proteste di tifosi, amministrazioni locali e gruppi ambientalisti, la federazione internazionale ha parzialmente corretto la propria posizione, consentendo l’ingresso di una bottiglia d’acqua sigillata negli stadi di Stati Uniti e Canada, mentre restano vietate le borracce rigide e riutilizzabili.
La vicenda mostra come questioni che fino a pochi anni fa occupavano uno spazio marginale nel dibattito sportivo siano diventate parte integrante dell’organizzazione di un grande evento internazionale. Accesso all’acqua, aree ombreggiate, pause per l’idratazione e protezione dei lavoratori sono oggi elementi centrali nella pianificazione di competizioni che si svolgono in un contesto segnato da temperature sempre più elevate.
Le difficoltà alle frontiere statunitensi
Mentre gli esperti discutevano delle condizioni climatiche del torneo, una serie di episodi negli aeroporti statunitensi ha attirato l’attenzione della stampa internazionale.
Il caso più noto riguarda Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo inserito dalla Fifa tra i direttori di gara selezionati per il Mondiale. Secondo quanto riportato da diverse fonti, Artan è stato fermato all’arrivo negli Stati Uniti e non ha ottenuto l’autorizzazione a entrare nel paese nonostante fosse in possesso dei documenti richiesti per partecipare alla competizione. Dopo il rifiuto statunitense, l’arbitro si è trasferito in Canada, dove potrà comunque prendere parte al torneo.
Nei giorni precedenti anche la delegazione irachena aveva denunciato problemi analoghi. L’attaccante Aymen Hussein è stato trattenuto per circa sette ore all’aeroporto di Chicago prima di ricevere l’autorizzazione all’ingresso. Secondo la federazione irachena, un fotografo che accompagnava la nazionale sarebbe stato invece respinto dopo oltre dieci ore di controlli.
A questi episodi si sono aggiunte le proteste provenienti dalle delegazioni di Senegal e Uzbekistan. Alcuni membri delle due nazionali hanno riferito di essere stati sottoposti a controlli straordinari, perquisizioni e verifiche effettuate con unità cinofile antidroga al loro arrivo negli Stati Uniti.
Le autorità statunitensi non hanno fornito spiegazioni pubbliche dettagliate sui singoli episodi. Nel caso della delegazione irachena, l’Immigration and customs enforcement (Ice) e il Department of Homeland Security non hanno risposto alle richieste di commento relative al trattenimento di Aymen Hussein e al respingimento del fotografo Talal Salah. Tuttavia la successione ravvicinata degli episodi ha alimentato un dibattito più ampio sulla capacità degli Stati Uniti di conciliare le proprie politiche di controllo delle frontiere con l’organizzazione di eventi che presuppongono la circolazione di migliaia di persone provenienti da ogni parte del mondo.
Un torneo che riflette trasformazioni già in corso
Non è la prima volta che un grande evento sportivo diventa il luogo in cui emergono questioni che vanno oltre il campo da gioco. Negli ultimi anni le competizioni internazionali sono state utilizzate per discutere di diritti dei lavoratori, sorveglianza, libertà civili, consumo di risorse e uso politico dello sport. Il dibattito che accompagna i Mondiali del 2026 si inserisce in questa stessa traiettoria.
Da una parte il torneo offre un esempio concreto delle conseguenze che i cambiamenti climatici stanno producendo anche in settori tradizionalmente considerati lontani dalle questioni ambientali. Dall’altra mostra come la mobilità internazionale continui a essere influenzata da controlli, restrizioni e procedure che incidono in modo diverso a seconda del paese di provenienza.
Per molti anni il calcio ha beneficiato dell’idea di un mondo sempre più interconnesso, in cui persone, merci e informazioni potevano attraversare le frontiere con crescente facilità. Le discussioni che accompagnano il Mondiale del 2026 suggeriscono invece uno scenario più complesso, nel quale la gestione del caldo estremo e il controllo della mobilità internazionale stanno diventando elementi sempre più rilevanti nell’organizzazione dei grandi eventi globali.
In questo senso, i problemi emersi nelle settimane che precedono il torneo non rappresentano semplici controversie collaterali, offrono, piuttosto, uno sguardo sulle trasformazioni che stanno interessando il mondo ben oltre il calcio.
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