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Orgosolo è un piccolo paese della Barbagia, una zona meno conosciuta della Sardegna, ma non per questo meno bella: siamo tra le montagne impervie dell’isola, a volte dure da coltivare e da vivere. Qui non arrivano molti turisti e ancor meno ne arrivavano negli anni di cui vogliamo parlarvi oggi. Siamo alla fine degli anni sessanta
Orgosolo è un piccolo paese della Barbagia, una zona meno conosciuta della Sardegna, ma non per questo meno bella: siamo tra le montagne impervie dell’isola, a volte dure da coltivare e da vivere. Qui non arrivano molti turisti e ancor meno ne arrivavano negli anni di cui vogliamo parlarvi oggi.
Siamo alla fine degli anni sessanta e queste terre sono rifugio per i banditi, teatri di vendette e, di conseguenza, di lotte e rivendicazioni sociali: la protesta trova espressione in una forma d’arte per quei tempi innovativa e insolita, soprattutto per l’isola, i murales.
Il primo murale a Orgosolo fu firmato nel 1969 da Dioniso, nome collettivo di un gruppo di anarchici. Pochi anni dopo, per onorare la Resistenza e la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, un insegnante senese e i suoi alunni della scuola media ne realizzarono altri, cui si aggiunse successivamente il contributo di diversi artisti e gruppi locali.
Tra i più famosi c’è il racconto in immagini di quando gli abitanti di Orgosolo si opposero all’Esercito italiano che voleva creare un poligono di tiro in un’area da sempre adibita a pascolo libero (e vinsero, dopo dieci giorni di occupazione: era il 1969, e l’evento è ricordato come i “fatti di Pratobello”).
La tecnica di questo famoso murales, come degli altri, è molto semplice: i muralisti sardi usano vernici ad acqua, tipiche degli interni, e quindi estremamente deteriorabili, forse per una scelta estetica in base alla quale le opere vengono ritinteggiate solo se la comunità ne avverte il bisogno altrimenti sono destinate a scomparire, lasciate alla memoria e al ricordo. Gli stili sono piuttosto diversificati e passano dall’impressionismo all’iperrealismo, dalla pittura naif al realismo.
La Sardegna con quest’arte che parla con forza al suo popolo e alla gente in generale, si avvicina a una tradizione che è diffusa in molti paesi, molto diversi tra loro, con un linguaggio che, se pur diverso, è sempre sociale, è sempre d’impatto, è sempre immediato. Pensiamo ai graffiti di Lescaux e Pompei, alla pittura rivoluzionaria di Diego Rivera e Josè Clemente Orozco in Messico e alla street art contemporanea, da Lex&Sten in Italia a Shepard Fairey in America e Banksy nel Regno Unito.
Un linguaggio che fa rumore anche solo con il colore, una mostra a cielo aperto che racconta la storia di un’isola affascinante, ricca di contrasti, problemi ma anche risorse, forza e orgoglio. Orgosolo è da visitare, se amate la Sardegna e la sua storia e se davvero volete capire l’isola.
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