Il caleidoscopico (e psichedelico) mondo di Populous

L’universo musicale di Andrea Mangia, l’artista salentino è un mix colorato di cultura sudamericana, ritmi contagiosi e amore per la natura. L’intervista a Populous.

Azulejos è uno dei dischi più belli del 2017, tra i più suonati della nostra radio. Registrato a Lisbona, in Portogallo, è il primo esperimento compiuto di cumbia elettronica in Italia. Un viaggio multiforme, come la personalità vibrante del suo autore, Andrea Mangia in arte Populous, stabilmente tra i producer più stimati all’estero. Il suo percorso musicale, giunto ora al quinto album, non si è mai arenato sui solchi di un unico standard, facendosi invece sempre più variopinto, seppur molto coerente in ogni sua rappresentazione. Il più recente tragitto artistico ha trovato ispirazione nei suoni del sud del mondo, prima quelli africani e ora i provenienti dal Sud America. Ne abbiamo parlato con lui in questa intensa intervista, dove si spazia tra attivismo politico e spirito ecologico, immaginario artistico e scenari mondiali futuri, passione per il viaggio e legame viscerale con la natura.

Nei paesi del sud un musicista cerca la fonte primordiale del ritmo. Tu però hai subito proprio il fascino di quelle culture, staccandoti sempre più dai tuoi dischi d’esordio.
I miei primi album volevano essere molto algidi e distanti, quasi a-emozionali (privi di emozioni, ndr). Ecco perché facevo riferimento all’immaginario musicale nordeuropeo e dell’etichetta Warp in particolare. Un percorso artistico però deve poi subire cambiamenti, addirittura inversioni a U. Io così sono partito dalle mie radici – il Salento – per scendere ancora più giù. Ho trovato qualcosa di molto fisico e sexy, in quei ritmi così urgenti e passionali, che hanno acceso una scintilla. Ho poi fatto miei quei suoni, rendendoli più occidentali.

musicista Andrea Mangia Populous ha registrato l' album Azulejos a Lisbona
Il musicista Andrea Mangia, in arte Populous, ha registrato l’album Azulejos a Lisbona in Portogalllo © Francesco Sambati

È vero che la tecnologia e la rete hanno annullato ogni distanza, ma forse ci hanno abituati a vivere le altre culture in modo superficiale, solo attraverso la lente dei social. Come sei riuscito ad azzerare questo gap?
Il tema dell’appropriazione culturale indebita è sicuramente attuale; è un discorso complesso e delicato, ma voglio dirti la mia. Ho scoperto alcuni producer latinoamericani che hanno importato certi standard europei dentro le proprie strutture musicali tipiche. Ne ho subìto talmente il fascino che ho pensato di fare il processo inverso, provando a proporre per primo una versione elettronica della cumbia in Italia. Credo che vada sempre analizzata l’intenzione, il livello di approfondimento della materia e soprattutto la coerenza con il proprio percorso artistico precedente, cosa che – con orgoglio – mi viene riconosciuta spesso.

Parlando di coerenza, possiamo affermare che ogni tuo disco sia un diverso tentativo di umanizzare la musica elettronica?
Io credo che morirò di malinconia o d’amore. Sono un romantico, forse troppo. Inizialmente volevo fare un disco solo di percussioni, bassi e qualche voce, ma poi non sono riuscito. Alla fine la melodia si è insinuata di nuovo nei miei brani.

Ho pensato al caleidoscopio come metafora in grado di rappresentare questo album: un oggetto magico e fanciullesco che ti trasporta in un mondo di colori. Il punto di congiunzione tra cuore e computer?
Pensando al caleidoscopio come gioco, in effetti sì, e si torna al tema del romanticismo. A me viene in mente anche la psichedelìa, non solo quella recente di band come i Tame Impala, ma anche quella dei Byrds e dei Beach Boys. Quel modo di scrivere canzoni mi ha influenzato moltissimo.

Questo immaginario abbraccia tutto il progetto, soprattutto a livello visivo.
Con il video di Azulejos, per esempio, abbiamo voluto rappresentare Lisbona, già di per sè molto colorata, in una vesta ancora più onirica.

Ho letto che ti appassionano due personaggi musicali apparentemente lontani, ma in realtà affini: Manu Chao e Damon Albarn.
Seguo Manu Chao dai tempi dei Mano Negra e considero Clandestino un album davvero perfetto nel suo essere naïf. Quei suoni e quelle immagini così potenti ti fanno entrare in un mondo parallelo. Damon Albarn è un’icona del nostro tempo: ha sempre fame di cose nuove e diverse, la cultura per filtrarle e poi farle totalmente sue, grandiosamente coerenti col proprio percorso. Sarebbe credibile anche facesse death metal.

Sono due musicisti che non hanno mai nascosto il proprio impegno politico. In che modo prendi posizione con la tua arte?
Ho sempre lasciato la politica fuori dalla mia musica. Quando ho contattato Ela Minus e Nina Miranda per i due featuring del disco, abbiamo definito gli argomenti dei testi e in maniera spontanea è emerso il tema del contatto con la natura, che mi sta davvero molto a cuore. Cru infatti parla chiaramente di connessione primordiale con la nostra Terra e rigetto della città.

Si può fare politica in molti modi, agendo consapevolmente e relazionandosi ogni giorno con gli altri.
Recentemente mi è capitato di fare attivismo per la causa degli omosessuali, che vivo sulla mia pelle, esponendomi e partecipando a vari eventi di sensibilizzazione. Riguardo alla scena politica attuale sono molto scoraggiato, il solo pensarci mi mette di cattivo umore.

Gli artisti più sensibili spesso sono in grado di anticipare i cambiamenti del mondo: che visione hai del nostro per il prossimo futuro?
Sono sinceramente molto spaventato: ho cattive sensazioni sul nostro mondo. Pensando al riscaldamento globale, per esempio, è assurdo credere sia tutto ok. Ci sono evidenze lampanti che dovrebbero preoccuparci, ma sembra non toccarci da vicino. Sono un attivista ecologico nel mio paese, dove c’è ancora molta ignoranza su come smaltire i rifiuti: a volte ho filmato e denunciato persone che non rispettavano le regole della raccolta, rischiando addirittura di essere picchiato.

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Andrea Mangia, in arte Populous © Flavio & Frank

Questo nuovo disco offre decisamente buone vibrazioni. Non sei così pessimista quindi?
È il frutto di un lavoro personale fatto in questi anni, dove ho trovato il mio equilibrio psicofisico: grazie al supporto del mio compagno, ho imparato ad essere più tranquillo e credo si senta molto in tutti i brani.

Azulejos è stato composto a Lisbona, per il prossimo album hai già in mente un nuovo viaggio?
Mi piacerebbe andare a Napoli, anche se ora sarebbe una scelta un po’ modaiola, visto il clamore nato intorno a Gomorra e Liberato. Forse alla fine vado in Nuova Zelanda e vedo se mi viene qualche buona idea.

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