Da quando, il 1 febbraio scorso, l’esercito del Myanmar ha effettuato un colpo di stato, sostituendo al governo al potere una giunta composta da generali, numerose aziende occidentali hanno deciso di abbandonare la nazione asiatica. Ciò per ragioni di sicurezza (il paese è attraversato da settimane da violente proteste) ma anche per evitare di sostenere la macchina economica di una dittatura militare. Non tutte però: c’è chi ha preferito restare. Ad esempio la compagnia petrolifera francese Total. Che ora è perfino accusata di finanziare la giunta attraverso un sistema di transazioni giudicato “opaco”.
Secondo Le Monde in gioco ci sono centinaia di milioni di dollari
Tutto nasce da un’inchiesta del quotidiano Le Monde, pubblicata il 4 maggio e intitolata “Birmania: come Total finanzia i generali attraverso dei conti offshore”. Secondo il giornale di Parigi, il gruppo Total avrebbe costruito un complesso sistema finanziario attorno al gasdotto sottomarino di 346 chilometri che collega il giacimento di Yadana alla Tailandia. “La pipeline non trasporta solo gas – spiega il quotidiano -. Rappresenta il cuore di un sistema che consente a centinaia di milioni di dollari derivanti dalla vendita della fonte fossile di finire nelle casse dello stato birmano. Ciò attraverso la Myanmar oil and gas enterprise (Moge), azienda pubblica dalla gestione opaca, controllata dai militari”.
L’inchiesta si basa su più di 120mila documenti ufficiali, ottenuti da Le Monde. Secondo i quali l’impresa che possiede il gasdotto, la Mgtc (di cui Total è primo azionista) realizza risultati operativi talmente positivi da essere giudicati «surreali» e «anormali». Il giornale afferma di aver consultato «numerosi esperti del settore» per cercare di comprendere tali dati. E afferma che, secondo la loro opinione, i numeri indicherebbero l’esistenza di «un sistema fiscale particolare». Che gioverebbe sia alla Total che al governo del Myanmar.
La difesa di Total: nel Myanmar per fornire energia a milioni di persone
Inoltre, prosegue l’analisi, “i proprietari della pipeline e del giacimento sono gli stessi, ripartiti in modo identico nel capitale delle due società. Total al 31 per cento, la tailandese Pttep al 26 per cento, l’americana Chevron al 28 per cento e la birmana Moge al 15”. Di qui la domanda: “Perché un’impresa deve fatturare i propri servizi ad un prezzo considerato esorbitante ad un’azienda gemella detenuta dagli stessi azionisti?”.
Secondo Total, al contrario, tutto è in regola e basato su «uno schema classico». L’amministratore delegato dell’azienda, Patrick Pouyanné, ha spiegato che le attività nel Myanmar producono metà dell’energia elettrica dei cinque milioni di abitanti della città di Yangon. La ragione della permanenza sul posto è a suo avviso legata dunque alla necessità di non far mancare un bene essenziale alla popolazione. Ciò che è certo, è che l’azienda ha deciso di restare nel Myanmar nonostante il colpo di stato.
Il presidente Donald Trump ha lanciato un grande piano di investimenti per impossessarsi del petrolio del Venezuela. Ma le aziende del settore non sono convinte.
Da fine dicembre in Iran sono esplose profonde proteste. La miccia è stata la crisi economica ma ora i manifestanti chiedono la fine del regime, che ha risposto con la violenza.
Un nuovo progetto idroelettrico sul fiume Chhujung rischia di stravolgere la vita degli indigeni Bhote-Lhomi Singsa del Nepal. Che si stanno battendo per fermarlo.
I querelanti vivono nell’isola di Pari, flagellata dalle inondazioni dovute all’innalzamento del livello dei mari. La Holcim è stata denunciata per le sue emissioni di CO2.
Il progetto era fortemente contestato da associazioni ambientaliste e comitati cittadini. Alla fine il Guggenheim di Bilbao ha fatto un passo indietro.
I trattori hanno invaso la capitale europea per protestare contro l’accordo commerciale tra l’Ue e il Mercosur. La ratifica è stata rinviata a gennaio.