Nicholas Sillwell. Vi racconto come ho costruito case per i rifugiati con la plastica del Po

Nicholas Sillwell e il team della sua azienda, Stormboard, hanno progettato un materiale realizzato coi rifiuti del Po. Costruendo così rifugi per le persone meno fortunate.

Più che ingegnere, Nicholas Sillwell si definisce imagineer, cioè un ingegnere creativo: è lui l’inventore delle lastre che compongono la prima casetta rifugio in plastica riciclata proveniente dai rifiuti galleggianti del fiume Po, raccolti grazie all’iniziativa Po d’Amare e presentata lo scorso 8 novembre a Ecomondo. I moduli abitativi, componibili e versatili, serviranno per un campo rifugiati in Grecia, e sono il risultato di un accordo tra più partner, italiani e internazionali.

I principali attori del progetto sono infatti il consorzio italiano per il recupero degli imballaggi di plastica Corepla, l’associazione belga Waste Free Oceans (WFO), che da tempo si occupa del recupero del marine litter, cioè della spazzatura marina, e l’impianto Stormboard dell’azienda inglese Protomax, specializzata in realizzazione di pannelli in plastica riciclata di cui Stillwell è manager.

L’iniziativa ha la collaborazione di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Castalia, flotta che si occupa di monitorare l’ambiente marino e raccogliere i rifiuti galleggianti, e Autorità distrettuale del bacino del Po con il patrocinio del Comune di Ferrara e Aipo, Agenzia interregionale per il fiume Po.

Abbiamo incontrato Nicholas in fiera e ci siamo fatti raccontare qualcosa in più sul suo progetto.

Qual è stato il ruolo di Stormboard?
Noi di Stormboard abbiamo progettato il processo per realizzare questi pannelli con il mix plastico. Ricorda il compensato, ma è migliore perché non brucia e si può riusare.

Con quali tipi di rifiuto sono realizzati i pannelli?
I maggiori problemi si hanno con il mix plastico, cioè con plastiche diverse e contaminate da altri rifiuti. Noi abbiamo realizzato il processo che rende possibile utilizzare tutto il mix. Per esempio, abbiamo usato anche le cialde del caffè, che sono un rifiuto molto presente, e le abbiamo fuse nel composto. Abbiamo utilizzato una parte di plastiche provenienti dal Po e una parte di imballaggi dalla raccolta “a terra” da Corepla. La plastica purtroppo è qui, e dobbiamo farci qualcosa.

Quanta spazzatura serve per realizzare una casetta?
Una casetta è il risultato della lavorazione di una quantità di spazzatura pari a 30mila sacchi di plastica, contenenti bottiglie, tappi, ma anche carta… Si tratta di moduli di 17 metri quadri, robusti, sicuri e sostenibili. Sono una buona soluzione, perché dove andranno le casette non c’è legno, non c’è cemento, non c’è metallo, c’è solo tanta spazzatura. Con questo processo, si può usare la spazzatura come materia prima, opportunamente rilavorata per realizzare case modulari, ma anche sedie, tavoli, oggetti.
Noi abbiamo messo a punto la tecnologia, sta poi ai designer pensare al resto.

Nicholas Stillwell
I pannelli in plastica riciclata proveniente dal Po saranno usati per moduli abitativi da destinare ai rifugiati e alle vittime di disastri naturali. © Chiara Boracchi

 

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