Malgrado i tagli di Donald Trump e un’eruzione vulcanica, l’osservatorio di Mauna Loa che dal 1958 monitora la CO2 nell’atmosfera non chiuderà.
Un rapporto della Uicn dimostra come i cambiamenti climatici stiano provocando anche una diminuzione del quantitativo di ossigeno negli oceani.
Gli oceani rischiano di ritrovarsi asfissiati. Al processo di acidificazione e alla pesca insostenibile si aggiunge anche la mancanza di ossigeno dovuta al riscaldamento globale nell’elenco delle principali minacce che pesano sui mari di tutto il mondo. A spiegarlo è un rapporto dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn),pubblicato durante i lavori della Cop 25, la venticinquesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite.
Alla redazione dello studio hanno lavorato 67 esperti, che lo hanno presentato come il documento più importante esistente, ad oggi, sul tema. Nel testo viene spiegato come la perdita di ossigeno negli oceani rappresenti una minaccia crescente per la pesca e per alcune specie animali, ad esempio nel caso dei tonni e degli squali.
“Via via che la quantità di ossigeno diminuisce attraverso il riscaldamento dell’acqua – ha sottolineato Grethel Aguilar, direttrice generale dell’Iucn – il delicato equilibrio della vita marina viene alterato. Per limitare la perdita di ossigeno degli oceani, così come gli altri effetti drammatici dei cambiamenti climatici, i dirigenti di tutto il mondo devono impegnarsi a ridurre immediatamente, e in modo sostanziale, le emissioni di gas ad effetto serra”.
Why is the #Ocean losing #Oxygen? ? This decrease is threatening marine life and our own food security ?. Our expert @KIsensee explains the impacts of deoxygenation on marine ecosystems as described in the latest report by IOC and #iucn. #COP25 #climatechange #saveourocean pic.twitter.com/DDNruVAqSQ
— IOC-UNESCO (@IocUnesco) December 6, 2019
In termini tecnici, la perdita di ossigeno è dovuta principalmente a due fenomeni. Il primo è legato alla proliferazione di determinate specie vegetali, a partire dalle alghe, dovuta allo sversamento di nutrienti provenienti dalla terraferma e al deposito di azoto legato all’uso di combustibili fossili. Il secondo alla crescita della temperatura delle acque.
Il risultato è che a livello mondiale – precisa il rapporto Uicn –, il tasso di ossigeno presente negli oceani è diminuito del 2 per cento tra il 1960 e il 2010. E la previsione indica un possibile ulteriore calo del 3-4 per cento entro la fine del secolo, se le emissioni continueranno a crescere al ritmo attuale. Lo studio sottolinea inoltre che “la maggior parte di questa perdita si concentra nei primi cento metri della colonna d’acqua, nei quali è presente la maggior parte delle specie viventi”.
“To curb ocean oxygen loss alongside the other disastrous impacts of climate change, world leaders must commit to immediate and substantial emission cuts.”
Dr Grethel Aguilar, IUCN Acting Director General
Read our new report on ocean deoxygenation https://t.co/XysJjaHyiQ #COP25 pic.twitter.com/4KkfXLssXr
— IUCN (@IUCN) December 7, 2019
Il documento spiega inoltre che sono circa 700 i siti in tutto il mondo nei quali si riscontrano tassi di ossigeno troppo bassi. Nel 1960 erano soltanto 45. Nello stesso periodo di tempo, il numero di zone completamente prive di ossigeno è quadruplicato. Favorendo le specie che tollerano l’ipossia (microbi, meduse e alcuni calamari) rispetto a quelle che la patiscono di più (come nel caso della maggior parte dei pesci). Ma l’Iucn sottolinea anche le gravi conseguenze che la mancanza di ossigeno negli oceani può provocare su mammiferi marini, coralli e mangrovie. Il tutto con ripercussioni dirette anche sulla popolazione che vive nelle zone costiere.
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