Omeopatia

Omeopatia, chi crede che il dibattito sia chiuso si sbaglia

Uno studio australiano sancisce la definitiva inattendibilità dell’omeopatia. E invece di chiudere il dibattito, lo riapre

Il titolo del quotidiano britannico Guardian è categorico: “Non ci sono evidenze scientifiche in omeopatia. Il dibattito è concluso”. Il riferimento è a un report del Nhmrc, l’Australian national health and medical research council, secondo cui vi sarebbero prove definitive che confermano l’inefficacia dei rimedi omeopatici in tutte le patologie possibili e immaginabili.

 

Le critiche a questo metodo di cura, che prevede una diluizione più o meno elevata del principio attivo di un rimedio in acqua o alcool, come codificato all’inizio del XIX secolo dal medico e chimico Samuel Hahnemann, sono frequenti e riguardano il fatto che l’eccessiva diluizione renderebbe del tutto inefficace la portata del rimedio, trasformandolo in gocce di acqua zuccherata.

 

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Per lo studio del Nhmrc sono stati presi in esame 57 systematic reviews (ovvero studi che riassumono la letteratura scientifica su un determinato argomento), 343 articoli presentati da associazioni a favore dell’omeopatia e 48 articoli segnalati da privati cittadini, per un totale di 1.800 ricerche. Tra queste, ne sono state selezionate 225 afferenti a una settantina di diverse patologie.

 

Le ricerche sono state prese in esame solo se presentavano un gruppo di controllo, ossia un gruppo di persone a cui veniva somministrato un rimedio placebo per verificare l’effettiva efficacia del rimedio omeopatico. Quella del Nhmrc è stata in pratica una revisione che ha valutato l’attendibilità di questi studi, concludendo che la stessa fosse inesistente.

 

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Le conclusioni raggiunte dall’associazione non aggiungono dunque nulla di nuovo alle consuete critiche. Secondo il principale autore della ricerca, Paul Glasziou, chi sceglie di curarsi con l’omeopatia lo fa a proprio rischio e pericolo, perché sceglie di rimandare altri tipi di cure più utili. Glasziou ha anche fatto riferimento alla “teoria del complotto”, sperando che i più non vi si appellino e che invece diano ascolto ai risultati del report, facendo terminare una volta per tutte il dibattito.

 

Questo, però, non ha alcuna voglia di chiudersi. Primo, perché esistono ricerche svolte con la stessa metodologia del report pubblicato dall’associazione australiana che vanno esattamente nella direzione contraria. Sono ricerche che vengono pubblicate una volta ogni due anni sotto il titolo “Evidenze scientifiche dell’efficacia di omeopatia-omotossicologia” e che su un totale di oltre 2.000, superselezionano circa 150 pubblicazioni (omeopatia vs placebo oppure omeopatia vs farmaco allopatico corrispondente) presentate su una trentina di riviste scientifiche non omeopatiche di rilevanza internazionale per verificarne l’attendibilità.

 

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Secondo: dopo i titoli sensazionalistici di ieri, diversi medici omeopati hanno voluto rispondere e rilasciare le proprie dichiarazioni in difesa della propria disciplina. Come Simonetta Bernardini, responsabile dell’Ospedale pubblico di Pitigliano (primo centro di medicina integrata con l’omeopatia in corsia), che ha denunciato la faziosità della notizia. E che spiega: “L’omeopatia, quando affidata a mani non mediche, come purtroppo accade spesso in Australia, può essere pericolosa allontanando i pazienti da corrette diagnosi e per conseguenza da trattamenti appropriati. Per fortuna questo non accade in Italia e l’utilizzo di questi medicinali è sempre affidabile e sicuro”.

 

Oppure come Antonella Ronchi, Presidente Fiamo (Federazione italiana associazioni e medici omeopati), che si domanda “perché condannare l’omeopatia, quando il problema è che non c’è sufficiente ricerca o almeno non della qualità attesa da questi ricercatori australiani.” Quel che è certo, afferma Ronchi, “è che questo tipo di condanne non servono a far progredire la scienza.”

 

“La cosa che davvero più colpisce di questo lavoro australiano”, continua “è l’idea originaria di fare una valutazione complessiva su una strategia terapeutica, che -a rigor di logica- non è mai possibile analizzare “tout court”. È mai stato fatto lo stesso con l’allopatia? La risposta è ovviamente no. Qual è il criterio secondo il quale si dovrebbero riesaminare, nello stesso contesto, studi sui medicinali allopatici per curare l’influenza, l’HIV, l’asma e un’altra sessantina di patologie? Le revisioni, di norma, si fanno su un farmaco o al massimo, su una categoria di farmaci per una determinata patologia , come ad esempio sugli antibiotici per trattare alcune patologie, ma mai su una strategia terapeutica per trattare una varietà di patologie”.

 

L’autorevolissimo quotidiano Guardian, stavolta, si è proprio sbagliato: il dibattito non è mai stato così aperto.

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