È tempo di svuotare le vasche, l’orca Lolita libera dopo cinquant’anni

Dopo decenni costretta ad intrattenere i visitatori del Miami Seaquarium, l’orca Lolita sta finalmente per essere liberata. Può essere l’inizio della fine?

  • L’orca Lolita vedrà la libertà dopo cinquant’anni di prigionia
  • Ora la sfida sarà far tornare un animale libero l’orca, insegnandole a cacciare di nuovo
  • Troppi ancora gli animali ostaggio dei parchi a tema, è tempo liberarli

Sono passati più di cinquant’anni da quando l’orca Lolita, una Orcinus orca, è stata imprigionata nella famosa cattura di Penn Cove nello stato di Washington del 1970. Da quel giorno è stata costretta a vivere, ed esibirsi, all’interno della non adeguata vasca del Miami Seaquarium. Finalmente, secondo quanto annunciato il 30 marzo dall’attuale proprietaria dell’acquario Dolphin Company, insieme all’organizzazione no profit della Florida Friends of Lolita, l’orca Lolita, conosciuta anche come Tokitae, non dovrà più esibirsi in mirabolanti salti e acrobazie ma potrà tornare libera nelle sue acque native, all’interno di un santuario dedicato.

orca esibizione
Gli spettacoli con animali e la detenzione in vasche troppo piccole deve finire ©Soly Moses/Pexels

Come tornare un’orca libera

Le proteste degli animalisti sono cominciate non appena Lolita ha fatto il suo esordio al Seaquarium. Da quel giorno le associazioni come The Dolphin Project hanno protestato davanti ai cancelli del parco per chiederne la liberazione, al grido di “free Lolita”. Ma fino ad oggi non erano mai stati ascoltati. Il piano di recupero di Lolita sarà molto complicato e lungo, secondo le stime ci vorranno dai 18 ai 24 mesi. Il magnate Jim Irsay, proprietario della squadra di football degli Indianapolis Colts, ha affermato che contribuirà a pagare il trasferimento di Lolita, il cui costo potrebbe raggiungere le otto cifre e richiedere l’uso di un aereo 747 o di un aereo militare C-17, “tutto per il benessere dell’orca”.

Tuttavia, oltre alle difficoltà logistiche, l’impresa più grande sarà far tornare Lolita un animale libero. Si tratta infatti di un lavoro a lungo termine che prevede sia il riambientamento dell’animale nelle acque oceaniche, ma soprattutto bisognerà insegnare a Lolita a tornare a cacciare, ormai incapace a causa dei decenni di prigionia. A tale scopo sarà realizzato un santuario con reti di protezione nell’oceano Pacifico, al largo della costa nord-occidentale degli Stati Uniti.

È ora di svuotare le vasche

Come può essere normale tenere un animale lungo più di sei metri in una vasca che a malapena supera i venti. Come si può lasciare un animale, abituato a passare l’intera esistenza al fianco del suo gruppo familiare, da solo dal 1980, dopo che il suo compagno di “cella” Hugo è morto. Com’è possibile che ci siano voluti cinquant’anni anni – cinquanta – per prendere in considerazione la liberazione di Lolita. Ma c’è dell’altro: le vasche di Seaquarium sono le più piccole di tutto il nord America, la sua esposizione al sole e alle intemperie viola la sezione 3.103(3)(b) dell’Animal Welfare Act e la sua vasca è più corta di almeno cinque metri rispetto a quanto richiesto dall’Animal Welfare Act, sezione 3.104.

Com’è stato possibile tutto questo? Per gli animalisti e le organizzazioni no profit che si battono per il benessere animale, tenere gli animali in cattività è una pratica crudele, principalmente perché la loro detenzione la si può semplificare in due parole: sfruttamento e abuso. Costringere questi animali sociali in piccole vasche è estremamente stressante e può portare a comportamenti anormali, malattie e mortalità prematura. Sono anni che le organizzazioni si battono per la liberazione degli animali ma i successi hanno sempre faticato ad arrivare. Nel 2013 il documentario “Blackfish” ha fatto aprire gli occhi di molte persone sulle condizioni di vita delle orche in cattività e sulla crudeltà dell’industria dei parchi a tema marino, in questo caso il SeaWorld di Orlando. Tant’è che in seguito alla diffusione del documentario, sono iniziati movimenti di protesta contro il parco che, a causa della forte pressione e della riduzione del flusso di visitatori, ha posto fine alla riproduzione in cattività delle orche e degli spettacoli con gli animali.

La notizia è stata commentata con un cauto semi ottimismo anche da Ric O’Barry, fondatore e direttore di The Dolphin Project, scettico sull’effettiva realizzazione del progetto, ma che afferma: “Questa notizia invia un chiaro messaggio all’industria della cattività: è ora di svuotare le vasche, comprese tutte le vasche nelle 31 strutture di proprietà di The Dolphin Company”. Che questa liberazione si un nuovo punto di inizio e che finalmente non vedremo più raccapriccianti spettacoli con animali? Difficile da dire con certezza ma la lotta continua.

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