Cooperazione internazionale

L’ultracycler Paola Gianotti racconta le donne. Dalla sua bicicletta

Dopo il giro del mondo, la Transiberiana e Bike the Nobel, Paola Gianotti ci racconta la sua nuova sfida: 48 stati, 48 giorni, 48 bici per le donne ugandesi. Con un augurio per tutte le donne: è possibile realizzare i propri sogni.

Eporediese di nascita ma cittadina del mondo. Questa la definizione più calzante per Paola Gianotti, che dopo una laurea in economia e alcuni anni di lavoro in una società di comunicazione molla tutto per fare il giro del mondo in bicicletta. E’ il suo sogno, e lo realizza: stabilisce un primato da Guinness con quasi 30 mila chilometri percorsi in soli 144 giorni. Non si ferma. Riparte qualche mese dopo, in coppia con l’ultracycler e amico Paolo Aste, per la Red Bull Trans-Siberian Extreme 2015, dove è l’unica donna in gara. Arrivano terzi. Giusto il tempo di scrivere, stampare e promuovere il suo libro Sognando l’infinito, e Paola trova un nuovo obiettivo: pedalare da Milano a Oslo per consegnare le oltre 10mila firme raccolte in favore della candidatura della bicicletta al Nobel per la Pace. Ora la protagonista di tante indimenticabili imprese si sta allenando per una nuova sfida, sempre all’insegna del Guinness World Record ma con un nobile scopo: attraversare 48 Stati Uniti in 48 giorni per poi donare, attraverso una raccolta fondi online, 48 bici ad altrettante donne ugandesi. A poco più di un mese dalla partenza (il 27 aprile), ci siamo fatti raccontare da Paola qual è la visione che si è fatta delle donne attraverso i suoi viaggi sulla due ruote. E qual è l’augurio che si sente di fare a tutte le donne del mondo per l’8 marzo.

Hai incontrato altre donne in bicicletta o è un mezzo usato prevalentemente dagli uomini?

Ho incontrato altre donne in bicicletta. In Australia e negli Stati Uniti è un mezzo usato molto anche dalle donne per fare ciclismo, mentre in Europa, per quanto riguarda il ciclismo, la bici è prettamente un mezzo maschile. Nei paesi asiatici serve più che altro alle donne per raggiungere i mercati, quindi per gli spostamenti.

 

In particolare, attraversando i paesi musulmani, qual è stata la reazione delle donne al tuo passaggio?

Nei paesi musulmani è successo qualcosa di particolare. Innanzitutto perché si vedono poche donne per strada. Diciamo che le incontravo di più quando mi fermavo per mangiare o per riposare. In quei momenti le donne mi guardavano in un modo strano, non male e nemmeno con invidia, ma con una sorta di curiosità mista allo stupore, e probabilmente anche con una sorta di complicità. E’ stato qualcosa di particolare, me ne sono proprio accorta: c’era questa vibrazione che passava tra noi quando le incontravo e loro mi vedevano in viaggio, in bicicletta, in una situazione che probabilmente vedono solamente nei film e che certamente non hanno mai vissuto… E’ stato bello, c’era complicità, come se loro mi dicessero “vai avanti per tutte noi”.

 

La tua nuova impresa 48 stati – 48 giorni – 48 bici prevede una donazione alle donne ugandesi. Da dove è nata questa idea?

L’idea dei 48 stati, 48 giorni, 48 bici è nata dal fatto che volevo unire una nuova impresa sportiva importante con un impegno sociale. Ho pensato di sfruttare la visibilità che mi sono creata per portare del beneficio alle donne ugandesi . Questo è il motivo per cui ho deciso di associare il mio progetto alle donazioni e quindi alla raccolta fondi per comprare 48 bici. Ed è anche il motivo per cui tento un nuovo guinness su record attraversando i 48 stati degli Stati Uniti in 48 giorni, circa 12mila chilometri con 50mila metri di dislivello. Mi piaceva l’idea di tornare negli Stati Uniti forse anche perché ho un conto in sospeso con loro dopo l’incidente (durante il precedente record del giro del mondo – ndr) e ho voglia di tornarci per vedere cosa succede, per ridimensionare il fatto che mi è successo qualcosa di brutto… Da un lato ho questo ricordo poco piacevole degli Stati Uniti, ma dall’altro devo dire che sono luoghi che mi sono piaciuti molto quando si ci sono stata.

 

Perché coinvolge proprio le donne? E come si può contribuire a acquistare le biciclette?

Ovviamente questo progetto coinvolge le donne perché io sono una donna, perché penso che soprattutto nei paesi meno fortunati come l’Africa ci sia un po’ più di bisogno e sia necessario un po’ più di riguardo nei confronti delle donne. Questo è il motivo per cui ho deciso di coinvolgere loro. Si può contribuire all’acquisto delle biciclette attraverso il mio sito keepbrave.com oppure paolagianotti.com cliccando nella sezione della nuova impresa, dove è possibile acquistare l’equivalente di mezza bicicletta al costo di 60 euro oppure una bicicletta al costo di 120 euro. Io poi invierò una bandana keep brave di ringraziamento a chi regala mezza bicicletta e la maglietta keep brave o il mio libro Sognando l’infinito a che invece dona una bicicletta “intera”. Per ora ne sono state già acquistate 13 e mezzo in 4 giorni di donazione, quindi sono molto contenta perché la sensibilizzazione verso le persone sta funzionando.

 

Che significato pensi che abbia nel 2016 una giornata come l’8 marzo?

Penso che celebrare la giornata dell’8 marzo sia sempre importante, ma credo anche che sia fondamentale lottare per i propri diritti ogni giorno dell’anno, per arrivare a una condizione di parità tra i sessi e quindi riuscire veramente a riconoscere tutto quello che ora manca alle donne.

 

A Milano il 13 marzo si svolgerà una biciclettata organizzata da donne musulmane per ribadire il diritto di andare in bicicletta senza divieti. Cosa ne pensi, parteciperai all’evento?

So che ci sarà questa bellissima manifestazione, purtroppo però non riuscirò a partecipare all’evento perché sono altrove per gli allenamenti per gli Stati Uniti , quindi mi è impossibile. Penso che, purtroppo, la cultura musulmana sia ancora molto indietro da questo punto di vista e che ci sia davvero poca libertà per le donne. Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di pedalare fino ad Oslo per consegnare le 10mila firme necessarie a candidare la bicicletta al Nobel per la Pace, devolvendo l’eventuale premio alle donne afgane. Sono felice che le donne musulmane che vivono in Italia possano manifestare liberamente consapevoli di avere gli stessi diritti degli uomini. E’ giusto che siano libere di fare ciò che vogliono e di andare in bicicletta se lo desiderano.

 

Qual è secondo te la cosa più urgente che le donne devono ancora conquistare nel mondo?

Ho due opinioni diverse: da una parte tutto quello che riguarda la condizione delle donne nei paesi meno sviluppati dove sicuramente ci sono ancora tante conquiste da raggiungere, come nei paesi islamici, in quelli africani dove vengono fatte pratiche che conosciamo e che sono fuori dal mondo per noi. In quel caso c’è tanto da fare. Probabilmente tale situazione va anche di pari passo con la condizione culturale del posto, quindi lì c’è da conquistare la liberta e la lotta per i propri diritti. Quello che succede nei paesi occidentali secondo me è un po’ diverso perché le donne devono conquistare ancora potere, ad esempio per quanto riguarda il lavoro: a livello aziendale raramente uomini e donne sono considerati allo stesso modo. Devo dire però che io non do sempre ragione alle donne, perché penso che spesso ci sia vittimismo da parte loro, ma soprattutto tanta poca fiducia in se stesse. Alcune volte le cose non vengono fatte perché si nascondono dietro al fatto di non essere in grado di farle o di essere più deboli rispetto agli uomini. Questa scusa per non andare avanti mi infastidisce abbastanza . Ovviamente sto parlando dei paesi occidentali. Non è per tutte le donne così, ma per tante donne, secondo me, succede questo.

 

Cosa ti auguri per tutte le donne?

Quello che auguro alle donne dei paesi meno fortunati è di riuscire a lottare fino in fondo, non smettere mai di farlo, per ottenere i propri diritti. Per quanto riguarda invece il resto del mondo, è di non smettere di credere nel fatto che noi donne siamo esattamente uguali agli uomini, possiamo raggiungere gli stessi obiettivi e realizzare gli stessi sogni, i nostri sogni.

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