La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
Saleh, ex presidente dello Yemen, è stato ucciso dai ribelli, che controllano Sana’a. La situazione politica è esplosiva, quella dei civili catastrofica.
L’ex presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh, è stato ucciso dai miliziani ribelli nella giornata di lunedì 4 dicembre, nei pressi della capitale Sana’a. Secondo i combattenti houti, un tempo alleati del vecchio capo di stato, quest’ultimo stava cercando di fuggire verso sud, in direzione del distretto di Sanhan, poiché avrebbe ordito un complotto contro il leader degli insorti Abdel Malik Al-Houthi. Sarebbe stato ucciso per questa ragione.
https://www.youtube.com/watch?v=e1cjXwrGEN8 https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=sRudUWG7e7A&has_verified=1
Gli houti, d’altra parte, non hanno più bisogno dell’ex presidente: secondo quanto riferito dalla stampa internazionale, Sana’a è ormai saldamente nelle loro mani. Ma la situazione è ben lontana da trovare una soluzione pacifica al conflitto che oppone dal mese di marzo del 2015, da una parte, gli stessi ribelli (sostenuti dall’Iran) e, dall’altra, una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita.
Ali Abdullah Saleh’s death is making Yemen’s multisided war even more complex. pic.twitter.com/7M2TZAI7Gf
— Al Jazeera English (@AJEnglish) December 6, 2017
Ryad sta continuando a bombardare la capitale, puntando soprattutto alle strutture finora tenute dalle truppe leali a Saleh, da poco finiti nelle mani dei ribelli. Una serie di raid notturni sono stati registrati tra lunedì e martedì: le bombe hanno preso di mira soprattutto il palazzo della Repubblica. Testimoni parlano di aerei che hanno sorvolato la città a bassa quota: la Croce Rossa internazionale ha riferito di 234 morti e 400 feriti, di cui 383 in gravi condizioni, registrati solamente nell’ultima settimana.
I sauditi hanno invitato la popolazione a restare “ad almeno 500 metri di distanza” dalle zone controllate dagli houti. Mentre Caroline Seguin, responsabile di Medici senza frontiere in Medio Oriente, ha spiegato alla radio francese France Info che la situazione complessiva nello Yemen “è ormai tragica. L’insieme del paese ha bisogno urgente di aiuti. È presente un’importante epidemia di colera e si registrano casi di difterite su tutto il territorio nazionale.
Saudi-led coalition intensifies Yemen air strikes after Saleh’s death https://t.co/EnMONKJFdd pic.twitter.com/wLNWEf8RyI
— Reuters Top News (@Reuters) December 6, 2017
Le Nazioni Unite, inoltre, hanno valutato in 17 milioni il numero di yemeniti in condizioni di precarietà alimentare, di cui 8 milioni già a rischio fame, soprattutto a causa dell’embargo imposto alle zone ribelli. È per questo che cinque ong internazionali – Handicap International, Action contre la faim, Care, Actes e Medici del mondo – hanno chiesto la “cessazione immediata delle ostilità” e un “accesso totale” da parte dei soccorritori ai civili intrappolati a Sana’a.
Un paese, insomma, sull’orlo della catastrofe umanitaria. E carico di dubbi. Con la perdita di Saleh, infatti, i sauditi perdono un uomo che ritenevano utile per tentare un negoziato in vista di un accordo politico: cosa decideranno di fare ora? Difficile inoltre immaginare come si comporteranno i militari rimasti fedeli all’ex presidente assassinato, così come cosa ne sarà del suo partito, il Congresso generale del popolo. E gli houti, tenteranno a questo punto di prendere il controllo anche delle province che tenevano finora congiuntamente con le truppe lealiste o eviteranno lo scontro totale?
Da parte sua, Ahmed Ali, figlio di Saleh attualmente negli Emirati Arabi Uniti, ha promesso in un discorso pronunciato alla televisione saudita Al-Ekbaria che continuerà la battaglia, al fine di vendicare la morte del padre. Mentre il presidente dell’Iran Hassan Rohani ha assicurato che il paese “sarà liberato dalle mani degli aggressori sauditi”. Un groviglio militare e politico che rischia di gravare ancora a lungo, soprattutto, sulle spalle della popolazione civile.
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