Con la guerra in Medio Oriente l’attenzione si è spostata immediatamente sui mercati dell’energia. Il costo del petrolio è cresciuto rapidamente nelle ultime settimane e anche un’ipotetica riapertura dello Stretto di Hormuz non consentirebbe di riprendere immediatamente le esportazioni. Sarebbero comunque necessari, infatti, tempi tecnici per ripristinare i flussi pre-crisi. Ma gli idrocarburi rappresentano solo un aspetto del problema. A preoccupare sono infatti anche numerosi altri prodotti che transitano nel passaggio marittimo, a partire dai fertilizzanti a base di azoto.
Vessels are not moving through the #StraitOfHormuz, raising fertilizer costs. The delay will push food prices up later in the year.
With diplomacy, countries can still prevent this from becoming a global food crisis.
— Food and Agriculture Organization (@FAO) April 13, 2026
Urea, nitrato di calcio, solfato d’ammonio e nitrato d’ammonio sono dei concimi fondamentali per le coltivazioni poiché tra i più utilizzati nell’agricoltura convenzionale, soprattutto per la produzione di cereali. Si tratta di fertilizzanti minerali definiti “semplici” poiché contengono un solo elemento nutritivo: l’azoto, appunto.
Cosa c’entra la chiusura dello Stretto di Hormuz con i fertilizzanti
Il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz, che separa l’Oman dall’Iran sta perturbando fortemente il mercato dei concimi. È infatti proprio attraverso il corridoio marittimo che transita il 33 per cento dei fertilizzanti commerciati a livello mondiale. E gli stessi paesi del Medio Oriente sono degli importanti produttori: grandi fabbriche sono presenti ad esempio in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Giordania e nella stessa Repubblica islamica.
Tali siti sono stati quasi tutti chiusi, in alcuni casi per via di attacchi, in altri per precauzione. Inoltre, i fertilizzanti a base di azoto sono fabbricati a partire dall’ammoniaca, ottenuta attraverso l’idrogeno. E quest’ultimo, a sua volta, è prodotto spesso bruciando gas.
Di qui l’intreccio tra guerra, navigazione, fonti fossili e cibo. Una combinazione che, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione (Fao) potrebbe tradursi in fame per 45 milioni di persone in tutto il mondo. La stessa agenzia dell’Onu, ha spiegato che da quando è cominciato il conflitto la produzione di fertilizzanti è crollata del 30 per cento.
Il prezzo della tonnellata di urea passato da 537 a oltre 800 euro in tre mesi
Al contempo, i prezzi sono cresciuti fortemente. Per una tonnellata di urea (tra i concimi più diffusi al mondo) servivano 537 euro all’inizio di febbraio, mentre ora ne occorrono più di 800. Una dinamica dipesa sia dal calo dell’offerta che dall’aumento del prezzo del gas. E che rischia di ripercuotersi ovunque nel mondo.
L’India e la Cina acquistano infatti dai paesi del Golfo il 20 per cento dei loro fertilizzanti. In Pakistan la quota sale al 30 per cento; in stati africani come il Sudansi arriva al 54 per cento. Ma anche nazioni lontane come il Brasile e il Messico le quote non sono indifferenti, con rispettivamente il 15 e il 10 per cento.
L’Italia importa il 70 per cento dei fertilizzanti utilizzanti
Anche l’Italia dipende fortemente dalle importazioni: per ben il 70 per cento, secondo Coldiretti. I principali fornitori del settore agricolo nazionale sono Egitto, Algeria, Libia, Turchia e Marocco. Il problema, però, è che anche questi paesi, a loro volta, dipendono dal gas per produrre i fertilizzanti. E anche qualora la fonte fossile fosse disponibile, è lecito attendersi forti rincari derivanti dal suo prezzo.
🎤 Strait of Hormuz ‘blockade’ heightens food insecurity fears @FAO 🎤 Middle East war risks plunging many Iranians into poverty @UNDP 🎤 Budget crisis threatens future of key @UNHumanRights committeeshttps://t.co/Sboa5tMQ3U
Il rischio, insomma, è che in alcune regioni del mondo diventi molto difficile coltivare. E che, al contempo, i prezzi dei beni alimentari possano aumentare fortemente. Di qui l’allarme della Fao sui rischi corsi da decine di milioni di persone.
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