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Il capoluogo umbro obbligherà le aziende che vogliono ottenere lavori a garantire condizioni contrattuali dignitose: i famosi 9 euro lordi l’ora.
C’è un posto in Italia dove il salario minimo fissato a 9 euro l’ora, osteggiato dal governo nazionale, da adesso è una realtà. Si tratta della città di Perugia, che lo ha introdotto non per tutti i lavoratori, non avendo le competenze legislative per farlo, ma quantomeno come regola per tutte le aziende che vogliono ottenere appalti dal Comune.
Attraverso un ordine del giorno presentato dal consigliere Lorenzo Falistocco e approvato dalla Giunta, infatti, l’amministrazione del capoluogo umbro si impegna a introdurre il salario minimo come requisito necessario per ottenere un appalto e anche tre altre elementi: l’obbligo ad applicare i contratti collettivi più rappresentativi l’introduzione della clausola sociale (che obbliga l’impresa aggiudicataria a riassumere i lavoratori impiegati nell’appalto precedente, garantendo stabilità occupazionale e mantenendo, almeno in parte, le condizioni contrattuali esistenti) e il rafforzamento dei controlli per la sicurezza dei lavoratori in appalto. Impegni che praticamente vanno anche oltre quelli contenuti nella proposta di legge sul salario minimo che le opposizioni hanno più volte provato a presentare a livello nazionale.
Ma nell’ordine del giorno ci anche altre previsioni importanti, e a sottolinearle è la sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi, che parla di un atto di “giustizia sociale e di dignità del lavoro: con le nuove linee guida per la tutela della retribuzione minima salariale nei contratti pubblici, il Comune di Perugia introduce una soglia minima di 9 euro lordi all’ora e nuove clausole che tutelano la parità di genere, la stabilità occupazionale e l’inclusione delle persone con disabilità o in condizioni di fragilità. È un passo avanti concreto per costruire una città più giusta, dove nessuna forma di competizione economica si fondi sullo sfruttamento o sulla svalutazione del lavoro. Un impegno di civiltà, in piena coerenza con i principi della nostra Costituzione, che riconosce nel lavoro non solo un diritto ma la base della dignità umana e della coesione sociale”.
A livello nazionale, da oltre due anni ormai è aperto il dibattito – tramite raccolta firme, proposte di legge di iniziativa popolare e proposte di legge dei gruppi di opposizione – sulla necessità che i contratti nazionali collettivi prevedano un salario minimo proprio di 9 euro lordi rivalutabili annualmente in base all’inflazione, ma tale proposta finora ha sempre trovato il muro della maggioranza di centrodestra.
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