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Negli ultimi 4 anni, i prezzi alimentari hanno subìto un’impennata e l’Antitrust ha avviato un’indagine sul ruolo della grande distribuzione organizzata. Ne abbiamo parlato con Alessandra Rivolta, esperta di Altroconsumo.
Dal 2021 al 2025 i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 24,9 per cento, 8 punti percentuali in più rispetto a quanto registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nota come Antitrust, ha avviato un’indagine per vederci chiaro sul ruolo svolto dalla grande distribuzione organizzata (gdo) nell’ambito della filiera agroalimentare per quanto riguarda la ripartizione del valore aggiunto con i fornitori e produttori agricoli e la formazione dei prezzi finali.
Nell’attesa che l’Antitrust giunga alla sue conclusioni – l’indagine terminerà entro il 31 dicembre 2026 – abbiamo parlato con Alessandra Rivolta, esperta di Altroconsumo, per capire perché i prezzi della spesa alimentare continuano ad aumentare e come noi consumatori possiamo tutelarci.
Perché l’Antitrust ha deciso di avviare un’indagine sul ruolo della Gdo?
L’Antitrust ha avviato un procedimento per verificare cosa sta succedendo: i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati di più dell’inflazione media e, soprattutto, nonostante la fiammata inflazionistica si sia un po’ spenta, la differenza continua a persistere.
Quali sono delle cause che hanno portato e stanno portando tutt’ora all’aumento dei prezzi?
Si può dire che sui prodotti alimentari si sia abbattuta la tempesta perfetta. Ci sono stati molti fattori, alcuni ancora non del tutto esauriti, che hanno portato a un aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti alimentari che non riguarda solo l’Italia, ma tutti i paesi europei. Addirittura tra il 2019 e oggi nelle repubbliche baltiche i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 50 per cento, in Germania del 30 per cento. Possiamo dividere i fattori scatenanti in cause strutturali, che non si risolveranno nel breve periodo, e cause più contingenti. Tra le cause strutturali c’è l’aumento del reddito medio globale: i paesi in via di sviluppo comprano di più e questo fa aumentare i prezzi. Questo si vede soprattutto in certi prodotti come il cacao: i paesi produttori sono pochi, la produzione aumenta lentamente, mentre la domanda sta aumentando tantissimo perché molti paesi, soprattutto in Asia, aumentano i consumi di cioccolato.
C’è poi un problema di produttività agricola in Europa: è difficile rendere l’agricoltura europea ancora più efficiente e aumentare la produzione in tempi rapidi. Ancora, un fattore impattante è l’aumento degli eventi climatici estremi in tutto il mondo che distrugge e riduce la resa agricola. Tra le cause più contingenti ricordiamo che la fiammata inflazionistica è arrivata in Europa con il conflitto tra Russia e Ucraina, importanti produttori di prodotti agricoli ed energia, conflitto che non si è ancora risolto. Sono aumentati i costi di produzione per l’agricoltura e i prezzi dei prodotti agricoli, quindi i consumatori li pagano di più.
È possibile che la grande distribuzione si stia un po’ approfittando della situazione?
Certamente spetterà all’Antitrust stabilire questo aspetto e fare chiarezza, ancora non lo sappiamo. È vero però che, in un contesto in cui i prezzi si sono alzati tanto e rapidamente, potrebbe esserci più margine per attuare delle strategie non così giustificate. Se la grande distribuzione si accorge che riesce a vendere la stessa quantità di un bene a un prezzo più alto, nel momento in cui poi la situazione rientra, forse non è comunque così incentivata a ridurlo perché le persone magari risparmiano da un’altra parte, ma i beni alimentari sono costretti a comprarli.
L’Antitrust indagherà a proposito del crescente rilievo dell’incidenza dei prodotti a marchio del distributore, cosa può dirci in proposito?
I prodotti a marca del distributore, le cosiddette “private label”, sono in crescita: all’incirca 1 un prodotto su 3 a scaffale è una private label. I prodotti a marchio del distributore nascono come “primo prezzo”, ma poi si sono evoluti anche in prodotti “premium” e, nella diversificazione della gamma, anche questi prezzi si sono alzati.
Per i consumatori le private label possono essere positive perché spesso sono convenienti e fanno concorrenza a prodotti di marca. E la concorrenza, si sa, fa bene al mercato. Per i fornitori che realizzano il prodotto può essere svantaggiosa perché rispetto alla gdo possono avere meno forza contrattuale ed essere più deboli nella trattativa. È un fenomeno che va sorvegliato. C’è da dire però che l’Unione europea ha lavorato molto su questo. Con la Pac sono stati elargiti fondi per creare delle organizzazioni di piccoli produttori e agricoltori che si occupassero della negoziazione. Dove è stato fatto, la situazione è un po’ migliorata.
La shrinkflation – la strategia di marketing con cui viene rimpicciolita la confezione di un prodotto, ma viene mantenuto lo stesso prezzo – è un fenomeno che esiste? E se sì, quanto è diffuso?
Sì, è una pratica che esiste e che abbiamo monitorato, anche se è difficile. Viene applicata più facilmente sui nuovi prodotti rispetto ai formati classici. Ad esempio non viene fatta su un classico pacco di frollini da 350 g, ma magari su un ipotetico nuovo prodotto con qualche caratteristica differente. Questo nuovo prodotto, simile al vecchio, viene proposto con un formato più piccolo ma allo stesso prezzo. La shrinkflation non è così diffusa ultimamente: in ogni caso non c’è niente di illecito, basta che il prezzo sia indicato correttamente.
Cosa possiamo fare noi consumatori per tutelarci dall’aumento dei prezzi dei beni alimentari?
Le promozioni sono sempre un buono strumento, a parte che siano sfruttate con oculatezza senza esagerare con gli acquisti e senza generare sprechi. Anche le private label spesso hanno prezzi competitivi, se non si tratta della gamma premium, e sono generalmente di buona qualità.
I discount hanno guadagnato molto spazio tra il 2022 e il 2023 e continuano ad avere una fetta rilevante del mercato. Qui i prezzi possono essere più bassi, ma occorre fare attenzione perché non è detto che se un prodotto è venduto al discount allora costa automaticamente meno. In generale è bene sempre guardare il prezzo al chilo e al litro avendo un’idea del costo medio di un prodotto.
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