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Un progetto sul pomodoro da industria raccoglie i primi risultati dopo due anni di sperimentazione sul campo: con l’agroecologia migliora la qualità e l’efficienza produttiva.
Il pomodoro rappresenta un ingrediente centrale della cucina italiana e della dieta mediterranea, oltre a essere un asset economico strategico per molti territori. Come accade per molte altre colture, la sua coltivazione deve affrontare un problema ormai strutturale, ovvero la progressiva perdita di produttività dei suoli agricoli.
Questo fenomeno è determinato da più cause – dall’intensificazione delle colture all’uso prolungato di input chimici, fino agli effetti sempre più marcati dei cambiamenti climatici – e oggi incide in modo concreto sulla sostenibilità economica delle aziende agricole e sull’equilibrio complessivo della filiera dei pomodori.
Per questo nel 2024 è stato avviato il progetto di ricerca POMO.DO.RI. (il pomodoro di domani verso un’agricoltura rigenerativa), guidato dal Consorzio interregionale ortofrutticoli (Cio) e applicato alla filiera del pomodoro da industria (ovvero quello destinato alla trasformazione in passate, pelati, concentrati, polpa, e non da mangiare fresco) su un area produttiva che si estende dalla provincia di Cuneo fino a quella di Ferrara, tra le più importanti del Paese.
Il progetto nasce dall’esigenza condivisa di mettere a sistema ricerca scientifica, sperimentazione in campo e competenze della filiera, per rispondere a criticità sempre più evidenti che riguardano la produttività dei terreni agricoli e la sostenibilità dei modelli produttivi. L’obiettivo è quello di individuare soluzioni integrate, capaci di migliorare e stabilizzare le rese agricole, ridurre i costi di produzione, diminuire il ricorso a input chimici di sintesi, aumentare la resilienza delle colture agli stress climatici. Un approccio che punta alla rigenerazione dei suoli e all’efficienza dei processi produttivi come condizioni necessarie per affrontare le trasformazioni in atto.
L’investimento complessivo è di circa 1 milione di euro, sostenuto per il 50 per cento con fondi europei e per il restante 50 per cento direttamente dalla filiera. Un impegno che ha visto il coinvolgimento di alcune tra le principali realtà del settore: le organizzazioni di produttori Ainpo, Casalasco, e Poa, e il Dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.
Il progetto, della durata di quattro anni, prevede diverse linee di sperimentazione, sviluppate direttamente in campo e in condizioni produttive reali. Le attività spaziano dall’adozione di tecniche di lavorazione del terreno a basso impatto, all’impiego di sistemi di irrigazione di precisione, dall’utilizzo di ammendanti organici e digestati fino alla valutazione di soluzioni innovative sul fronte varietale, che saranno oggetto del secondo biennio di ricerca.
Dopo i primi due anni di sperimentazione, le analisi preliminari mostrano le prime evidenze positive:
“L’obiettivo finale del nostro progetto sperimentale non è quello di trovale la miglior soluzione – ha detto Marco Dreni del Cio – ma quello di creare un pool di buone pratiche che possano ridare vitalità ai nostri terreni e che quindi, se correttamente applicate, possano incrementare la sostenibilità della coltura del pomodoro da industria”.
“Rigenerare la pomodoricoltura italiana significa affrontare le complessità delle sfide produttive considerando insieme suolo, clima, tecnica colturale e agroindustria secondo un approccio agroecologico”, ha affermato il professor Vincenzo Tabaglio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Un obiettivo che può essere perseguito solo attraverso una ricerca sperimentale ampia, condivisa e di lungo periodo, capace di generale soluzioni concrete lungo la filiera”.
I primi risultati confermano la direzione intrapresa e spingono a proseguire la ricerca nei prossimi due anni, con l’obiettivo di consolidare dati e soluzioni replicabili su vasta scala.
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