Cosa c’è da sapere sul referendum costituzionale sul numero dei parlamentari

Finora se n’è parlato poco, ma se il referendum confermasse il taglio dei parlamentari, saremmo di fronte a qualcosa di unico nella storia della Repubblica Italiana.

Domenica 20, dalle ore 7:00 alle 23:00, e lunedì 21 settembre, dalle 7:00 alle 15:00, si vota per il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, il quarto indetto per confermare o meno una riforma della nostra Costituzione da quando è nata la Repubblica (anch’essa con un referendum) nel 1946. Tutto è cominciato a ottobre dello scorso anno, quando i parlamentari di Camera e Senato hanno approvato il testo della riforma che prevede la loro riduzione di un terzo, da 945 a 600. In particolare, la Camera vedrebbe ridotti i deputati da 630 a 400, mentre i senatori scenderebbero da 315 a 200. Inoltre, verrebbero ridotti da 12 a 8 anche i deputati eletti dagli italiani che vivono e votano all’estero, da 6 a 4 i senatori. Fino a un massimo di 5 i senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica.

parlamento italiano plenaria
La seduta plenaria del parlamento italiano convocata per l’elezione del presidente della Repubblica Italiana © Franco Origlia/Getty Images

Il referendum si sarebbe dovuto tenere il 29 marzo, ma la pandemia da coronavirus ha messo in pausa anche questo importante istituto di democrazia diretta che vedrà coinvolti oltre 51 milioni di italiani.

Una parte della popolazione è chiamata anche a votare per la propria regione o per il proprio comune. In particolare, si rinnovano i consigli regionali di Campania, Toscana, Veneto, Liguria, Valle d’Aosta, Marche e Puglia. Mentre i comuni chiamati alle urne sono 1.178, compresi 18 capoluoghi di provincia (Agrigento, Andria, Aosta, Arezzo, Bolzano, Chieti, Crotone, Enna, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Matera, Nuoro, Reggio Calabria, Trani, Trento e Venezia).

Il referendum costituzionale è confermativo

Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?

Ma torniamo al referendum. Al quesito, confermativo, che trovate qui sopra, si può rispondere barrando sì o no sulla scheda elettorale e non è previsto alcun quorum – a differenza dei referendum abrogativi. Quindi il referendum è valido anche se l’affluenza sarà inferiore al 50 per cento. La possibilità, poi sfruttata, di chiedere un referendum è derivata dal fatto che al Senato la riforma – alla seconda votazione – ha ottenuto la maggioranza semplice invece dei due terzi. Questo ha dato spazio alla richiesta di un referendum, avanzato da 71 parlamentari (ne sarebbero bastati 64), come previsto per tutte le leggi volte a modificare la nostra Costituzione.

facsimile scheda referendum 2020
Il facsimile della scheda del referendum costituzionale del 20-21 settembre 2020

L’Italia è il paese europeo con il più alto numero di parlamentari. Anche più della Germania e della Francia (923 su una popolazione di 67 milioni di abitanti). Lo scopo della riforma, quindi, è rendere il processo decisionale del parlamento più efficiente. Per un parlamento più vicino ai cittadini. Una riforma frutto di un periodo storico durato circa vent’anni e che ha visto nella politica uno “scoglio” tra la democrazia e i cittadini, tanto da dar vita a un movimento anti-politico, anzi contro “la casta”, parola usata per definire i parlamentari italiani, considerati dei fuoriclasse nella capacità di conservare privilegi, nello spreco di risorse pubbliche e nell’essere protagonisti di scandali. Un termine che poi è diventato anche un’inchiesta e un libro: La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili scritto Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel 2007, due giornalisti del quotidiano Corriere della Sera.

Favorevoli e contrari al referendum

Una delle questioni più discusse in questi giorni, anche se di referendum si è parlato ben poco, riguarda la riduzione del grado di rappresentanza che la riforma, inizialmente sostenuta in modo trasversale dai partiti, andrà a comportare. Specie se non sostenuta da una riforma contestuale della legge elettorale – inizialmente promessa dalla maggioranza parlamentare – che dovrebbe modificare le dimensioni dei collegi, delle circoscrizioni elettorali per evitare di lasciare determinate aree del nostro territorio “scoperte”. Il riferimento è alle aree meno popolose d’Italia. Ridurre i deputati da 630 a 400 significa, a conti fatti, che ogni deputato andrà a rappresentare oltre 150mila italiani, rispetto ai 96mila scarsi di oggi. L’Italia diventerebbe uno dei paesi europei con il più basso livello di rappresentanza politica in rapporto alla popolazione.

Questo, per chi si oppone alla riforma, porterebbe a gruppi parlamentari più piccoli e quindi maggiormente sotto il controllo dei loro leader. L’articolo 67 della Costituzione recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

    Se da un lato quasi tutti i grandi partiti hanno dichiarato il loro sì al referendum, dall’altro ci sono diversi esponenti che hanno fatto la storia della politica italiana ad aver dichiarato che voteranno no: Romano Prodi, già presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea; Emma Bonino, senatrice di +Europa e già ministro degli Esteri; diversi esponenti del Partito democratico e di Forza Italia, come Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania, e il senatore Renato Brunetta; gli ex presidenti della Camera dei deputati Laura Boldrini e Pier Ferdinando Casini.

Uno dei vantaggi della riforma, invece, sarebbe quello di una riduzione della spesa pubblica e degli “sprechi”. Il risparmio che deriverebbe dalla riforma sarebbe pari a 100 milioni di euro l’anno, secondo i promotori. 500 milioni di euro a legislatura, che dura cinque anni. Anche se un calcolo fatto dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano e diretto da Carlo Cottarelli, stima il risparmio in 57 milioni l’anno, pari a 285 milioni di euro a legislatura. “Una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma e pari ad appena lo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana”, secondo quanto scritto dal direttore del quotidiano la Repubblica, Maurizio Molinari, che si è dichiarato contrario.

Come si vota, in pandemia

Queste sono le prime elezioni che si tengono durante una pandemia, quindi è bene ricordare come si vota. Per recarsi al seggio bisogna rispettare le regole fondamentali in ottica di prevenzione del contagio. Quindi l’elettore che avesse una “sintomatologia respiratoria o una temperatura corporea superiore a 37,5 gradi” non può uscire di casa; allo stesso modo non può recarsi al seggio chi si trova in quarantena o è stato in isolamento domiciliare o chi è stato a contatto con persone positive nelle ultime due settimane. Proprio basandosi sul buon senso degli elettori, il Comitato tecnico scientifico non ha ritenuto necessario misurare la temperatura corporea prima dell’accesso ai seggi.

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Una visuale del senato italiano, a Roma. Anche noto come Palazzo Madama © Franco Origlia/Getty Images

Anche gli elettori che siano risultati positivi alla malattia Covid-19 e che si trovano in quarantena o in isolamento fiduciario presso la propria abitazione possono votare, ma a patto che facciano pervenire al sindaco del loro comune di residenza, a un massimo di cinque giorni dal voto, una dichiarazione che attesti la volontà di votare da casa insieme a un certificato medico che attesti il contagio, rilasciato a partire da quattordici giorni prima del voto. Possono votare anche le persone ricoverate in ospedale, quindi anche per Covid-19, “purché le strutture che li ospitano abbiano almeno 100 posti letto. Se invece sono ricoverati in strutture con meno di 100 posti letto, il loro voto viene raccolto da appositi seggi speciali”, si legge sul sito del ministero dell’Interno.

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