Unipol per il clima

Finisce anche la pre-Cop 26, inizia la volata finale verso Glasgow

Esaurito ogni momento utile per arrivare pronti alla conferenza sul clima di Glasgow. Le parole di Timmermans, Kerry, Sharma e Cingolani alla pre-Cop 26 di Milano.

  • Andrà tutto bene se usciamo dalla nostra comfort zone;
  • andrà tutto bene se avremo il coraggio di osare;
  • andrà tutto bene se alle promesse, seguiranno piani strategici per la mitigazione delle emissioni di gas serra e l’adattamento;
  • andrà tutto bene se i governi continueranno a garantire la sicurezza dei propri cittadini, il patto su cui di basa la loro fiducia.

Questo in sintesi è quanto detto dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans durante la conferenza stampa che ha tenuto questa mattina, ultimo giorno di pre-Cop26 a Milano. Una conferenza organizzata dalla High ambition coalition, una coalizione voluta dalla Repubblica delle isole Marshall per fare il possibile per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro gli 1,5 gradi.

Tina Stege, Marshall
Tina Stege, inviata per il clima delle Marshall, alla pre-Cop 26 di Milano © Luca Signorelli

Le richieste della coalizione per un’ambizione “ambiziosa”

Insieme a Timmermans, infatti erano presenti proprio Tina Stege, inviata per il clima delle Marshall, e Simon Stiell, ministro per la Resilienza climatica della nazione caraibica di Grenada. Due persone che stanno lavorando proprio per assicurare un futuro alla loro gente. Un futuro ai loro paesi, due stati isola che rischiano di sparire dalla carte geografiche per colpa dell’innalzamento del livello dei mari, una delle conseguenze del riscaldamento globale.

Questo momento è stato fondamentale perché ha fatto capire che ai negoziati verranno rimesse al centro proprio le misure di adattamento, cioè quelle che ci rendono meno vulnerabili a cicloni, frane, ondate di siccità, incendi, piogge, grandinate torrenziali, innalzamento del livello dei mari. Per un semplice motivo: la crisi climatica è già in atto e colpisce soprattutto i paesi in via di sviluppo che, peraltro, sono quelli che meno hanno contribuito alla crisi climatica in corso. Per citare l’attivista per il clima ugandese Vanessa Nakate, in questi giorni a Milano, l’Africa è responsabile solo del tre per cento delle emissioni di CO2, solo l’Antartide emette meno. Eppure proprio il continente africano subisce gli effetti peggiori.

Un tema, quello dell’adattamento, sentito anche dalla voce e dalle parole dell’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, John Kerry: “Tutti i paesi devono unirsi per raggiungere questo obiettivo”, quello di mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi come stabilito dall’Accordo di Parigi. E per Kerry “ben al di sotto”, non vuol dire 1,9 o 1,8, vuol dire “quanto più possibile a 1,5 gradi come chiesto dalla comunità scientifica” nei vari rapporti dell’Ipcc. Secondo Kerry “non c’è alcun modo di risolvere o uscire da questa situazione da soli. Non esistono stati grandi o piccoli che siano che possono permettersi di starne fuori”, anche se – neanche a dirlo – sono le potenze del G20 a dover fare di più perché rappresentano l’80 per cento delle emissioni globali.

La buona notizia secondo il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani è che quelli del G20 “sono tutti d’accordo e intenzionati a rimanere nel solco di Parigi”.

Proprio per dare spazio ai paesi più in difficoltà e che hanno bisogno di sostegno, soprattutto economico e finanziario, Kerry svela che a ospitare la Cop 27 potrebbe essere l’Egitto. Ma il presidente della Cop 26 Alok Shama ha chiarito che per ora si tratta di una candidatura, la decisione verrà presa a Glasgow.

Finanza climatica, è il nodo da sciogliere a Glasgow

La finanza climatica, che ha come obiettivo quello di destinare 100 miliardi di dollari per il sostegno delle politiche di adattamento e di mitigazione nei paesi in via di sviluppo, è l’altro grande tema che ha tenuto impegnati ministri e inviati per il clima alla pre-Cop 26. Si tratta di finanziamenti pubblici e da risorse addizionali, fondi nuovi dunque e non una riallocazione di finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo. Per il presidente del Consiglio Mario Draghi è “un imperativo morale sostenere economicamente la transizione dei paesi più vulnerabili”, mentre Kerry si è detto “certo che i fondi saranno trovati”. Oltre a “incoraggiare gli stati a fare di più”, ha chiesto il coinvolgimento di investitori privati. All’appello mancano ancora 20 miliardi di dollari.

John Kerry, clima
L’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, John Kerry, alla pre-Cop 26 di Milano © Luca Signorelli

Questi 100 miliardi erano stati ipotizzati per la prima volta nel 2009 dall’allora segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton per mantenere vivo il negoziato dopo il fallimento alla Cop 15 di Copenaghen. L’impegno è stato poi confermato con l’Accordo di Parigi. Oggi raggiungere questa cifra è un obiettivo fondamentale per il successo dell’incontro di Glasgow. Un parametro per valutare il successo o il fallimento della conferenza britannica.

I segnali sembrano incoraggianti. Il presidente Joe Biden ha promesso di aumentare da 5,7 miliardi a 11,4 miliardi di dollari il contributo federale degli Stati Uniti a questo fondo, al fine di rendere gli Usa “leader nella finanza internazionale per il clima”. Draghi ha ribadito nel suo intervento milanese che “l’Italia farà la sua parte”, dichiarandosi pronto ad annunciare un nuovo impegno economico per il clima durante l’evento di chiusura del G20 in programma a Roma per fine ottobre. Secondo varie fonti il nostro paese sarebbe pronto a raddoppiare l’impegno, raggiungendo il miliardo di dollari. Ma la cifra dovrebbe poi crescere con gli anni per essere in linea con gli obiettivi.

Per un impegno equo dell’Italia, il nostro governo dovrebbe “raggiungere i 4 miliardi di dollari l’anno. Per questo Draghi si deve impegnare a presentare una roadmap per raggiungere questa quota entro il 2025», ha commentato Luca Bergamaschi del think tank Ecco.

Come dicevamo, però, i 100 miliardi sono solo l’inizio dato che “per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione [globali, ndr] servono quasi tremila miliardi di dollari” secondo Kerry e che ha Glasgow si dovrà iniziare a definire nuovi obiettivi finanziari post 2025 che potrebbero avvicinarsi, ha ipotizzato il presidente della Cop 26, Alok Sharma, ad un obiettivo di mille miliardi grazie all’ingresso di fondi privati.

Dov’è l’inviato speciale per il clima italiano?

Nelle prossime cinque settimane l’Italia giocherà un ruolo centrale nella diplomazia climatica. La Cina si è impegnata a rispettare l’Accordo di Parigi. Al G20 l’Italia dovrà fare pressione per strappare promesse di riduzione della CO2 più ambiziose (Ndc, National determined contributions), spingere sulla finanza climatica, chiudere un accordo sulla riduzione di un terzo delle emissioni di metano e fare un annuncio importante sull’abbandono del carbone.

Tuttavia, mentre Stati Uniti e Regno Unito hanno incaricato un inviato speciale per il clima per condurre questi delicati incontri multilaterali e bilaterali, la posizione in Italia rimane vacante. Si era parlato inizialmente di Monica Frassoni, ex co-presidente del partito dei Verdi europei. Poi era circolato il nome della negoziatrice Federica Fricano. Da oltre un mese, però, è calato il silenzio e ancora si attende una risposta dal ministero della Transizione ecologica e da quello degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale che dovrebbero nominare questa figura di comune accordo.

La possibilità di mantenere l’aumento della temperatura media globale entro gli 1,5 gradi sembra reale. “Questo goal è raggiungibile e negli ultimi otto, nove mesi si è tornati a discutere sul tipo di misure da prendere e su come aggiornare gli Ndc”, ha commentato Marirosa Iannelli di Italian climate network. “Ci auguriamo che il ministro possa annunciare l’inviato speciale per il clima al più presto, scegliendo una figura di grande livello”. Mai come in questo mese l’Italia avrà un ruolo tanto importante nella diplomazia climatica, dal G20 ai contatti con la Cina. E dopo il risultato raggiunto dalla Youth4Climate e dalla pre-Cop 26, Roberto Cingolani deve cogliere l’occasione irripetibile.

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