Gli scontri nel Sahara occidentale riaccendono i riflettori sulla causa del popolo Sahrawi

Negli ultimi giorni sono riprese le ostilità tra Marocco e popolo Sahrawi per il controllo del Sahara occidentale, rompendo una tregua in vigore dal 1991.

Tira vento di guerra nel Sahara occidentale. Dopo 29 anni di tregua tra il Marocco e il Fronte Polisario, che si batte per l’indipendenza della Repubblica Democratica Araba Sahrawi (Rasd, República Árabe Saharaui Democrática), negli ultimi giorni si è ripreso a combattere. L’esercito di Rabat ha infatti risposto con la forza al cordone creato dagli attivisti sahrawi nella zona cuscinetto del Guerguarat, una terra di nessuno che il Marocco di fatto controlla in violazione degli accordi di pace del 1991. Sono stati sparati diversi colpi da una parte e dall’altra, non si hanno numeri ufficiali su eventuali morti e feriti. Quel che si sa, però, è che il fragile equilibrio in cui si trovavano le due parti, decisamente favorevole al Marocco, si è rotto.

Il diritto negato all’autodeterminazione

Il Sahara occidentale è il territorio non indipendente più grande del mondo, situato tra il Marocco e la Mauritania e affacciato sull’oceano Atlantico. Fino al 1976 era una colonia spagnola, poi la popolazione locale ha proclamato la Repubblica Democratica Araba Sahrawi. Lo stato ha ottenuto il riconoscimento di 76 nazioni del mondo, oltre che dall’Unione africana, mentre all’Onu ancora oggi detiene lo status di osservatore. Chi non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Sahara occidentale è il Marocco, che negli ultimi 50 anni ha continuato a esercitare la sovranità sulla gran parte del suo territorio.

Il Fronte Polisario, di orientamento socialista, dagli anni Settanta si batte per l’autodeterminazione del popolo Sahrawi sul territorio lasciato libero nel processo di decolonizzazione spagnola. Nel 1979 ha stretto un accordo con la Mauritania, che si è ritirata dall’area. Il Marocco, invece, ha continuato a occupare il Sahara occidentale, con una guerriglia tra i suoi militari e le milizie del Fronte Polisario che è andata avanti per anni e ha costretto alla fuga nei paesi vicini centinaia di migliaia di persone Sahrawi.

Gli accordi di pace del 1991 hanno diviso il territorio in una parte maggioritaria amministrata dal Marocco e in una striscia di terra controllata dal Fronte Polisario, separate da 2.700 chilometri di muro di sabbia fatto costruire da Rabat e costellato da migliaia di mine antiuomo. Doveva trattarsi di una soluzione provvisoria e venne creata un’apposita unità delle Nazioni Unite (Minurso) per vigilare sulla tregua e organizzare un referendum sull’indipendenza del Sahara occidentale. Referendum che dopo 29 anni non si è ancora tenuto.

Le speranze tradite dei Sahrawi

Da ormai quasi tre decenni il popolo Sahrawi attende di potersi pronunciare sulla propria indipendenza, così come promesso dalle istituzioni internazionali. In principio, negli anni Novanta, il problema stava nel censimento degli elettori, dal momento che il popolo Sahrawi è costituito da diverse tribù sparse tra il deserto e alcuni campi profughi in Algeria. Organizzare un’elezione non era cosa facile in termini logistici, ma questo è diventato un alibi per non occuparsene. A guadagnare dallo standby in tutti questi anni è stato il Marocco, che continua a occupare la gran parte del territorio del Sahara occidentale, quella peraltro ricca di risorse naturali e materie prime quali metalli, petrolio, ma soprattutto miniere di fosfato

A ottobre le Nazioni unite hanno prorogato di un altro anno la missione dei caschi blu, una decisione che è stata vista dal Fronte Polisario come l’ennesimo prolungamento di uno status quo che non sta portando a nulla di coerente con quanto stabilito negli accordi del 1991. Nella nuova risoluzione, peraltro, non si trovano riferimenti diretti al referendum, a dimostrazione di come non solo non si facciano passi avanti in questa direzione, ma si stia addirittura tornando indietro. Un paradosso, se si pensa che quattro anni fa persino l’allora Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aveva definito l’annessione marocchina del Sahara occidentale “un’occupazione”. Oggi a prevalere sembra siano i buoni rapporti commerciali che alcune potenze mondiali, come la Francia, intrattengono con il Marocco e che dunque ostacolano ogni iniziativa internazionale che possa scontentare Rabat. Dopo quasi tre decenni di speranze tradite, il popolo Sahrawi non è più disposto ad aspettare e ha deciso di riprendere in mano le armi.

La ripresa delle ostilità

Negli ultimi giorni la tensione tra il Fronte Polisario e il Marocco è tornata a salire. L’area calda è quella del Guerguerat, una no man’s land posta al confine con la Mauritania e di fatto esclusa dalla giurisdizione di entrambi. Il Marocco usa questo passaggio per far circolare i suoi camion pieni di merci destinati all’esportazione e negli ultimi anni ha costruito infrastrutture stradali nell’area per facilitare i trasporti. Il Fronte Polisario denuncia come Rabat stia esercitando il controllo su un’area che non gli appartiene secondo gli accordi del 1991 ed è per questo che nelle ultime settimane molti attivisti hanno fatto sentire la loro voce nei pressi del checkpoint, operando anche blocchi stradali che hanno causato uno coda di 200 tir marocchini impossibilitati a proseguire nel loro viaggio.

Il 13 novembre l’esercito del Marocco ha aperto il fuoco contro gli esponenti Sahrawi, con l’obiettivo di rimuovere i blocchi. Il Fronte Polisario ha risposto a sua volta con le armi e con il passare delle ore gli scontri hanno riguardato anche altre zone contese. Nei giorni successivi gli scontri sono andati avanti, la compagine Sahrawi ha compiuto diversi attacchi contro gli avamposti marocchini, anche facendo uso di un missile. Negli ospedali del territorio occupato si sono visti i primi soldati marocchini feriti, secondo quanto riferito da alcune fonti locali. Al momento non c’è però un bollettino ufficiale su eventuali perdite tra i due schieramenti.

Quel che si sa è che il fragile equilibrio su cui poggiava il Sahara occidentale è venuto meno. Il presidente della Repubblica democratica araba dei Sahrawi e Segretario generale del Fronte Polisario, Brahim Ghali, ha scritto in una lettera al Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che l’aggressione del Marocco certifica la fine di “ogni possibilità di raggiungere una soluzione pacifica e duratura alla questione della decolonizzazione del Sahara occidentale”. Da qui, la dichiarazione di guerra a Rabat.

“Abbiamo la nostra terra, ma è occupata illegalmente dal Marocco”

“La mia famiglia e le altre persone che conosco che vivono nei campi profughi Sahrawi sono allo stesso tempo fiduciosi e preoccupati per quello che sta succedendo in queste ore nel Sahara occidentale. Per moltissimi anni, il popolo Sahrawi ha sempre cercato di trovare accordi e di gestire una situazione impossibile attraverso vie pacifiche. Se oggi si è tornati a combattere è per l’esasperazione, ma soprattutto per auto-difesa, siccome è stato dimostrato che il primo ad attaccare è stato il Marocco”. A parlare è Lehbib Nafe, un 32enne Sahrawi emigrato in Toscana alla fine degli anni Novanta. La sua famiglia vive ancora nelle tendopoli algerine, nell’estenuante attesa e speranza di poter tornare, un giorno, nel Sahara occidentale.

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Posted by Associazione Yallah Ma'ana on Wednesday, November 18, 2020

“Il popolo Sahrawi è in maggioranza imprigionato da decenni nei campi profughi oltrefrontiera. Senza un referendum valido e senza che si arrivi ad accordi non c’è la possibilità di tornare alla nostra patria. Siamo un popolo che ha una sua terra, che è però occupata illegalmente dal Marocco”, continua Nafe. La tensione di questi giorni e i riflettori internazionali puntati su una questione dai più dimenticata, se non sconosciuta, potrebbe ora dare una mano alla causa Sahrawi.

Fino a ora a prevalere sono stati gli interessi strategici, economici e politici che legano le grandi potenze al Marocco, ma piano piano si sta iniziando a parlare di quello che c’è dietro a tutto questo, una negazione massiva del diritto all’autodeterminazione di un popolo. “Quello che sta succedendo è un segnale e molti sperano che i paesi coinvolti come la Spagna, il Marocco e la Francia possano cambiare approccio e iniziare ad ascoltarci”, conclude Nafe. “Nessuno vorrebbe mai una guerra, la guerra non aiuta. Bisogna trovare una soluzione pacifica a una storia che va avanti da troppo tempo”.

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