Coronavirus

Perché la scuola online rischia di aumentare le diseguaglianze

Non frequentare fisicamente la scuola rappresenta un problema per molti studenti, soprattutto quelli più poveri. Ecco i rischi e le possibili soluzioni.

“Da mesi stiamo vivendo un’emergenza sanitaria legata al coronavirus. Un crisi che sta avendo ed avrà un grande impatto sociale soprattutto sui bambini”. Ivano Abbruzzi, portavoce della rete Investing in Children e presidente della onlus L’albero della vita, sottolinea come le sacche di indigenza che erano già croniche nel nostro Paese, oggi risultino ancora più preoccupanti. “Queste situazioni di povertà si ripercuotono sui più piccoli in termini di mancanza di accesso all’educazione e alla didattica online. Prima, infatti, si andava a scuola, ci si presentava in un luogo fisico. Ora, ad alcuni studenti manca la possibilità di accedere ad una rete internet sufficientemente potente da garantire un accesso stabile ai nuovi spazi scolastici virtuali. Senza dimenticare i rischi legati all’alimentazione: a scuola i bambini avevano almeno un pasto sano garantito. Infine, la povertà i più piccoli la vivono anche in termini di violenze domestiche per via della coabitazione forzata”.

In Italia 1,2 milioni di bambini in condizioni di povertà assoluta

I bambini in condizioni di povertà assoluta in Italia sono oltre un milione e 260 mila. Il dato negli ultimi dieci anni è triplicato. C’è un’Italia fatta di bambini che non si possono permettere di spostare la didattica su supporti digitali e di essere seguiti dai propri genitori. Di recente, la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha affermato che la didattica a distanza raggiunge il 94 per cento degli studenti: la percentuale mancante, che può sembrare poca cosa, significa in realtà 450mila ragazzi che sono tagliati fuori dai percorsi educativi. Risultato: la scuola oggi sta diventando un lusso. “In contraddizione con i principi enunciati dalla dichiarazione universale dei diritti dell’infanzia, la didattica è un bene inarrivabile per alcuni. E questo ha allargato la forbice tra studenti che diventano sempre più di serie A e altri che sprofondamento sempre più irrimediabilmente nella serie B”, osserva Abbruzzi.

covid-19 e chiusura scuole
Il 6 aprile la ministra Azzolina ha decretato che le scuole non riapriranno per l’anno scolastico 2019-2020 © Investing in Children

Coronavirus e scuola: la situazione ad oggi

Il 6 aprile è stato approvato il decreto ministeriale che accompagna i ragazzi alla fine di quest’anno scolastico. “Tutti potranno essere ammessi all’anno successivo, ma tutti saranno valutati, nel corso degli scrutini finali, secondo l’impegno reale. Non ci sarà alcun ‘6 politico’”, ha assicurato la ministra. In Italia includere gli studenti più sfavoriti rappresentava già un grande problema, una difficoltà per le strutture scolastiche, spesso prive di forze e di metodi: “Questa situazione viene acuita ora dall’emergenza sanitaria ed economica e dalla distanza. I punti più deboli sono il Sud e le periferie delle grandi città del centro e soprattutto del Nord, che stanno precludendo ai ragazzi, per via di un’inadeguatezza strutturale, l’unica strada per uscire da una situazione di degrado”.

In queste settimane, a tanti minori mancano non solo il tempo e lo spazio della socialità, dell’educazione, dell’apprendimento, “ma anche la possibilità di essere sottratti, anche se per un tempo limitato, all’abbandono educativo, al disagio familiare, fino alle carenze nutrizionali a cui li ha destinati la geografia della loro nascita”. Per questi soggetti, la chiusura delle scuole e le difficoltà di accesso alla didattica a distanza stanno aumentando i casi di esclusione sociale e di discriminazione.

La scuola e didattica devono andare al di là dei numeri

Non ci sarà dunque il “6 politico” per tutti. Ma che senso ha allora applicare una stessa scala per valutare situazioni in contesti molto diversi tra loro? Non è pensabile semplificare la valutazione e farla diventare una semplice misurazione. Non lo è ancora di più con pratiche non consolidate, non accessibili a tutti e in ugual misura, come quelle della didattica a distanza. Un assurdo educativo, in una situazione emergenziale, nella quale il voto determinerebbe ulteriori discriminazioni e potrebbe contribuire ulteriormente alla dispersione scolastica.

“Oggi non servono i voti ma il dialogo pedagogico”, prosegue Abbruzzi. In questa fase si dovrebbe finalmente sperimentare il ricorso alla sola valutazione cumulativa al termine dell’anno scolastico, con modalità descrittivo-qualitative dei risultati raggiunti per le classi intermedie. “L’unica valutazione di cui abbiamo però bisogno – aggiunge Abbruzzi – è quella sulla capacità che l’amministrazione e il mondo della scuola hanno di tutelare il diritto allo studio e i diritti dei minori, in particolare di quelli più a rischio”.

Abbruzzi, Investing in Children conferenza su bambini e povertà
“Oggi non servono i voti ma il dialogo pedagogico”, Ivano Abbruzzi © L’albero della vita, Investing in Children

“Va bene la didattica, ma non scordare il Terzo settore”

Secondo Investing in Children, è fondamentale che le scuole e gli insegnanti facciano rete con il Terzo settore che opera da sempre all’interno del sistema scolastico e nei contesti di educazione informale. Ciò al fine di assicurare continuità didattica e diritto allo studio ai bambini più vulnerabili. “Tra di loro non dobbiamo dimenticare che ci sono anche molti stranieri – spiega Abbuzzi – che spesso aggiungono alle difficoltà economiche quelle dovute alla non perfetta comprensione della lingua da parte dei loro genitori e alla scarsa integrazione”.

A causa del virus molti genitori, assunti in modo non regolare o con contratti di carattere precario, “non potranno in larga parte godere delle misure di supporto alle aziende e ai lavoratori che sono allo studio da parte del governo: la loro condizione di indigenza è condannata a peggiorare”, commenta Abbruzzi. Ora bisogna garantire che anche quel sei per cento dei bambini escluso abbia a disposizione strumenti elettronici per la didattica digitale e la connessione internet, a titolo personale o “creando ambienti educativi ristretti all’interno dei quali micro-gruppi di bambini possano assistere alle lezioni online e studiare”. Inoltre, una soluzione a medio-lungo termine può essere il finanziamento della formazione di docenti che sappiano preparare gli alunni a distanza e soprattutto che non lascino indietro i ragazzi con situazioni di fragilità preesistenti, “perché non è detto che a settembre la scuola riparta come è sempre stato negli ultimi ottant’anni”.


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Coronavirus e il rischio di abusi sui minori

La rete europea dei Garanti per l’infanzia e l’adolescenza ha redatto una dichiarazione sui diritti dei minorenni nel contesto dell’epidemia di Covid-19. La prima preoccupazione? Che la scuola più che mai sensibilizzi i giovani sulla violenza e sugli abusi, comprese le punizioni fisiche, in particolare fornendo informazioni esaustive sulle linee di emergenza e sulle piattaforme di informazione appropriate. “Infatti c’è il pericolo che la quarantena possa aumentare il rischio di violenze domestiche e familiari, colpendo i bambini in modo significativo. Bisogna quindi mantenere l’offerta scolastica per i più a rischio, riconoscendo l’importante ruolo che le scuole svolgono nella cura e nella protezione dei minorenni”, spiega ancora Ivano Abbruzzi.

Ma non solo: il sistema di welfare deve assistere i genitori il più possibile durante questo periodo, garantendo consulenza e sostegno al telefono e attraverso altre piattaforme. Inoltre, “le famiglie particolarmente vulnerabili dovrebbero beneficiare di assegni familiari per l’acquisto di dispositivi per la scuola e di alimenti sani che non sono più forniti dalle mense scolastiche”.

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