Ilva, 280 anni di carcere per l’inquinamento a Taranto

La Corte d’Assise ha pronunciato condanne pesanti per l’inquinamento prodotto dall’Ilva di Taranto. Per le motivazioni bisognerà attendere ancora.

La vicenda giudiziaria dell’ex impianto siderurgico dell’Ilva di Taranto, dopo moltissimi anni di polemiche e battaglie legali legate ai presunti disastri ambientali con forte impatto sulla salute dei cittadini, ha fatto registrare ieri i primi responsi, a quasi nove anni dal sequestro di parte degli impianti, avvenuto nel luglio 2012, e a cinque dall’avvio del processo, risalente al 2016.

Ambiente svenduto, tra condanne pesanti e motivazioni da leggere 

E si tratta di responsi molto forti, perché la Corte di Assise, che doveva giudicare 47 imputati, ha condannato a 22 anni Fabio Riva e a 20 anni Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’impianto, per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Ma fa notizia anche la condanna a 3 anni e 6 mesi per concussione per l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. I giudici hanno anche disposto confisca degli impianti siderurgici di Taranto, come avevano chiesto i pubblici ministeri: l’impianto però, attualmente ancora in funzione, non verrà spento e continuerà a produrre acciaio, perché l’effettività della confisca scatterà eventualmente solo dopo il giudizio definitivo: tutti i condannati hanno già annunciato che presenteranno ricorso in appello.

Per poter conoscere le ragioni che hanno portato i giudici ad emettere tali condanne bisognerà attendere: la Corte ha infatti ora 90 giorni (più altri 90 dal momento in cui i condannati presenteranno ricorso) per depositare le motivazioni della sentenza. Di sicuro c’è che, con il pronunciamento, i giudici hanno di fatto confermato l’impianto accusatorio messo in piedi dall’accusa: un impianto chiaro sin dal nome dell’inchiesta stessa, “Ambiente svenduto”. La gestione ambientale degli impianti dell’Ilva, fino al 2013, avrebbe provocato un disastro ambientale con una grande attività di sversamento nell’aria di fonti inquinanti, con forti ricadute anche sulla salute dei cittadini di Taranto, in termini di aumento di malattie ed eventi mortali.

Sergio Costa ministro ambiente
Il sito industriale Ilva di Taranto © Awakening/Getty Images

Tra le altre condanne più significative, quelle a 21 anni e 6 mesi di reclusione per l’ex responsabile delle relazione istituzionali di Ilva, Girolamo Archinà, e a 21 anni per l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. Condannato a 2 anni anche l’ex direttore generale dell’Agenzia per l’ambiente (Arpa) della Puglia, Giorgio Assennato, accusato di favoreggiamento nei confronti di Vendola, il quale aveva rinunciato spontaneamente alla prescrizione.

L’attesa per la sorte dell’impianto 

Nelle prossime settimane è attesa anche la decisione del Consiglio di Stato, che a sua volta dovrà decidere circa lo spegnimento definitivo degli altoforni degli impianti ex Ilva, che dopo la fine dell’era Riva erano passati dapprima nelle mani di ArcelorMittal per poi tornare nelle mani dello Stato, con il nome di Acciaierie d’Italia Spa. Nata nel 1905 come Ilva, l’acciaieria di Taranto era tornata ad assumere il nome originario nel 1989 proprio con l’acquisizione da parte della famiglia Riva.

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