Siamo tutti dinosauri

La nostra sorte potrebbe essere simile a quella dei dinosauri entro due secoli. Lo riporta una ricerca pubblicata su Nature.

Tra duecento anni potremmo fare anche noi la fine di T-rex e compagni: secondo Life – a status report, un articolo riportato da Richard Monastersky sulla rivista scientifica Nature che mette insieme molti dati finora raccolti sulla biodiversità terrestre, infatti, il pianeta potrebbe vedere la sua sesta estinzione di massa entro il 2200 a causa dell’aggravarsi degli effetti del riscaldamento globale.

 

A 65 milioni di anni dall’era triassica-giurassica, dunque, tra un paio di secoli potremmo esserci noi al posto dei dinosauri, insieme a molte altre specie di anfibi, mammiferi, uccelli, oltre che di vegetali.

 

Al momento le ricerche nel campo della biodevirsità animale e vegetale danno risultati diversi. Il settore di indagine è molto vasto: secondo gli scienziati, le specie presenti sulla Terra variano da 2 milioni a 50 milioni. Quelle mappate finora sono solo una frazione del totale, identificate nelle zone a più alto rischio, dove gli habitat vengono costantemente danneggiati o distrutti.

 

Nonostante l’incertezza numerica sulla quantità di specie sul pianeta, gli scienziati sono concordi nel dire che con l’attuale tasso di estinzione che varia dallo 0,01 per cento allo 0,7 per cento all’anno di tutte le specie esistenti (il che significa tra le 500 e le 36.000 estinzioni ogni 365 giorni), la situazione potrebbe diventare critica nell’arco di decenni.

 

Cosa potrebbe succedere? Secondo Life – a status report, se non si agisce subito per tutelare la biodiversità mondiale potrebbero estinguersi il 75 per cento delle specie viventi entro il 2200: di queste, i più a rischio sono gli anfibi (41 per cento), seguiti da mammiferi e uccelli (26 per cento e 13 per cento). La sorte degli insetti, di cui e’ conosciuto solo lo 0,5 per cento, e’ incerta.

 

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Ma c’è una soluzione. Secondo l’articolo comparso su Nature, sarebbe imperativo mitigare gli effetti catastrofici del riscaldamento globale e tutelare meglio la biodiversità. Al momento è formalmente area protetta il 15,4 per cento delle terre emerse (l’obiettivo della Convenzione sulla diversità biologica è arrivare al 17 per cento entro il 2020) e il 3,4 per cento degli oceani, anche se si continua a cacciare, pescare, deforestare proprio in questa zone delicatissime. Una tutela maggiore e più seria potrebbe, secondo l’autore dell’articolo, frenare il crescente tasso di estinzioni.

 

Altra soluzione proposta è quella di iniziare seriamente a contare e classificare – lavoro noioso, ma indispensabile – tutte le specie del pianeta: conoscerle servirebbe a capire come tutelarla meglio.

 

Foto di copertina: ©Getty Images

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