Singapore investe 65 miliardi di euro per difendersi dalla crisi climatica

Se i cambiamenti climatici continueranno a questo ritmo, Singapore rischierà di finire sommersa. Questo decennio sarà cruciale per correre ai ripari.

Singapore è nota in tutto il mondo per il suo ruolo di centro finanziario e commerciale, per il suo porto (secondo solo a Shanghai per volume di spedizioni), per la sua popolazione cosmopolita. Contro i cambiamenti climatici, però, il prestigio internazionale serve a ben poco. E la particolare conformazione geografica della città-stato asiatica, che sorge su un arcipelago all’estremità meridionale della Malesia, la espone a conseguenze potenzialmente drammatiche. L’amministrazione ne è consapevole e prova a proteggersi con un colossale piano da 65 miliardi di euro, descritto da un lungo reportage di Bloomberg.

Clima, Singapore si prepara al peggio

L’Accordo di Parigi prevede di contenere l’aumento delle temperature globali in questo secolo entro i due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, facendo tutto il possibile per non superare gli 1,5 gradi. L’innalzamento del livello del mare, invece, dovrebbe restare entro i 50 centimetri. Numerosi studi scientifici, però, iniziano a mettere seriamente in dubbio il fatto che l’umanità sia sulla strada giusta per vincere questa battaglia. Il report annuale del Global carbon project, per esempio, è stato chiarissimo. Per centrare gli obiettivi di Parigi le emissioni dovrebbero scendere del 7,6 per cento annuo da qui al 2030; ma per ora non fanno che aumentare e segnare nuovi record.

Leggi anche: Mar Morto a secco e tempeste nel deserto. Il Medio Oriente nella morsa della crisi climatica

Singapore sembra sposare la linea del pessimismo. Negli ultimi sessant’anni le temperature della zona sono aumentate al ritmo di 0,25 gradi centigradi per decennio, il doppio rispetto alla media globale. Di questo passo, entro il 2100 raggiungeranno picchi di 35-37 gradi. Il centro di ricerca sul clima del Servizio meteorologico nazionale ha messo a punto diverse proiezioni per il futuro; la più negativa ipotizza un innalzamento delle maree pari a oltre quattro metri. Non stupisce dunque che il primo ministro Lee Hsien Loong di recente abbia definito i cambiamenti climatici come “una questione di vita o di morte”.

Lee Hsien Loong, Singapore
Il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong © Madoka Ikegami/Pool/Getty Images

La più grande minaccia, l’innalzamento del livello del mare

Considerato che un terzo del territorio di Singapore sorge a meno di cinque metri di altezza sul livello del mare, sono al vaglio numerose proposte per salvare gli insediamenti umani dalla minaccia dell’acqua: si va dalla piantumazione di foreste di mangrovie, che fungono da barriere naturali contro uragani e maremoti, alle stazioni della metropolitana a prova di allagamento, fino alla creazione di aree verdi capaci di assorbire le acque alluvionali.

Nel 2008 è stato aperto al pubblico Marina Barrage, un gigantesco bacino artificiale collocato alla confluenza di cinque fiumi. Il progetto, costato 150 milioni di euro, comprende un enorme spazio verde dedicato alle attività sportive, culturali e ricreative. Ma nasce ance da un’esigenza ben precisa: tenere a bada le alluvioni durante i periodi di forti piogge. Negli orari di bassa marea, infatti, nove porte si aprono per riversare l’acqua in eccesso verso il mare. Quando invece la marea è alta, a drenare l’acqua provvedono otto gigantesche pompe capaci di smuovere l’equivalente di una piscina olimpionica al minuto.


Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Silvia Fernandez (@silvianfernandezdixon) in data:

Fino al 2030 proseguiranno i lavori per il quinto terminal dell’aeroporto (più grande di tutti gli altri messi assieme), strategicamente posizionato a 5,5 metri di altitudine e circondato da una rete di drenaggio di dieci chilometri, che terrà le piste al riparo dal mare.

Sarà questo, insomma, il grande filo conduttore degli investimenti pubblici e privati per i prossimi anni. Per ora, i dettagli del piano da 65 miliardi non sono ancora stati resi noti. Quel che è certo è che il ministro delle Finanze Heng Swee, nel discorso di presentazione del bilancio, ha annunciato la creazione di un fondo per la protezione delle coste con una dotazione iniziale di 3,2 miliardi di euro. Circa 650 milioni di euro saranno investiti in ricerca. “La terza nazione al mondo per pil pro capite è in grado di sostenere spese simili”, chiosa l’analisi di Bloomberg, “ma i paesi più poveri potrebbero non permettersi questo lusso”.

Leggi anche: Crisi climatica. I ricchi potranno difendersi, i poveri no

Un’economia ancora legata ai combustibili fossili

Toccare con mano le manifestazioni più serie della crisi climatica, però, non è stato sufficiente per svincolarsi da una delle loro cause primarie: i combustibili fossili. Singapore è il terzo mercato globale di scambio del petrolio, dopo New York e Londra, ricava il 95 per cento dell’energia elettrica dal gas naturale ed è sede di colossali raffinerie e impianti petrolchimici. Ne consegue che, pur coprendo appena lo 0,0005 per cento della superficie globale, la città-stato contribuisca allo 0,11 per cento delle emissioni. Nel suo insieme, il settore del petrolio e del gas naturale vale oltre 71 miliardi di euro. Ironia della sorte vuole che una delle aree più a rischio di essere sommerse sia la cittadella petrolifera di Jurong Island.

Jurong Island, petrolio
Jurong Island è la sede di una serie di raffinerie e impianti petrolchimici di proprietà di Chevron, Exxon Mobil e Royal Dutch Shell © Suhaimi Abdullah/Getty Images

L’amministrazione sta cercando di correre ai ripari. Innanzitutto ha promesso di ridurre del 36 per cento le emissioni per unità di pil tra il 2005 e il 2030, un target che dovrebbe essere aggiornato a stretto giro. Inoltre ha introdotto una carbon tax per gli impianti più inquinanti (è la prima in assoluto nel Sudest asiatico) e ha iniziato a puntare in modo più deciso sulle rinnovabili. L’intento è quello di alimentare coi pannelli solari almeno una casa su quattro entro la fine del decennio; anche così, fa notare però Bloomberg, si passerebbe dall’attuale 1 per cento ad appena il 4 per cento della domanda di energia. Intanto per strada si iniziano a vedere i primi autobus elettrici, mentre il governo medita sullo stop ai motori termici entro il 2040.

 

Foto in apertura © Swapnil Bapat / Unsplash
Articoli correlati