Si fa presto a dire Green new deal: tra eccellenze e lacune, cosa emerge dagli Stati generali della green economy

Per attuare un vero Green new deal, abbiamo punti di forza, ma dobbiamo assolutamente fare di più: ecco cosa emerge dalla Relazione sullo stato della Green economy presentata e discussa a Ecomondo 2019

Quest’anno, la Relazione sullo stato della Green economy presentata a Rimini ad Ecomondo, da 23 anni fiera di riferimento per l’economia sostenibile e circolare, è stata impietosa. Visto l’intento del nuovo governo Conte di puntare maggiormente sull’ambiente per rilanciare lavoro ed economia e migliorare la qualità della vita delle persone, il tema del report, discusso durante l’ottava edizione degli Stati generali della green economy, non poteva che essere il Green new deal, una riflessione su cosa serva davvero per avviare un nuovo corso sostenibile dell’economia italiana e internazionale.

E il messaggio è chiaro: se vogliamo davvero puntare sull’ambiente e rispettare anche la volontà dei tanti giovani (e non) scesi in piazza durante gli scioperi per il clima, dobbiamo darci da fare subito su più fronti, colmando le lacune e valorizzando le (poche) eccellenze. Anche perché, secondo gli attuali scenari l’aumento della temperatura media globale si avvia a sfiorare i 3°C entro la fine del secolo, e per evitare conseguenze devastanti bisogna corre ai ripari adesso.

Green new deal, nove tematiche strategiche

Per valutare l’andamento del Paese, il report, realizzato dal Consiglio nazionale della green economy, ha individuato nove aree tematiche: emissioni di gas serra, risparmio ed efficienza energetica, fonti rinnovabili, economia circolare ed uso efficiente delle risorse, ecoinnovazione, agricoltura, territorio e capitale naturale, mobilità sostenibile. Sono state calcolate le performance del nostro paese, che sono poi state messe in relazione con quelle di altri paesi europei.

Dove siamo bravi, ma possiamo fare di più

In alcuni settori siamo bravi, ma possiamo – anzi dobbiamo – fare molto di più. Per utilizzo delle fonti rinnovabili, per esempio, siamo primi in Europa. Sole, acqua e vento e biogas hanno contribuito a soddisfare il 18,3 per cento del fabbisogno nazionale nel 2017, contro una media europea del 17,5 per cento. E anche se la produzione di biometano è triplicata nel 2018 rispetto all’anno precedente, la crescita dell’intero settore è troppo bassa: solo dell’1 per cento negli ultimi cinque anni.

Sono abbastanza buone anche le performance sul fronte rifiuti: nel complesso, il paese ricicla il 48 per cento di quelli urbani, attestandosi secondo in Europa (dopo la Germania) e di due punti percentuali sopra la media europea. Però il tasso di circolarità – cioè quello che misura l’utilizzo di materiali riciclati in relazione alle materie prime – è peggiorato. E si usa ancora troppa plastica. Secondo Edo Ronchi, presidente del Consiglio nazionale della green economy, per ridurre l’utilizzo di questo materiale servirebbe più che una tassa generica,  rendere più conveniente l’uso di polimeri riciclati, favorendo così l’economia circolare.

Il settore che ha “il voto più alto in pagella” è forse l’agricoltura: la superficie coltivata a biologico è il 15,4 per cento, e nel continente siamo secondi solo alla Spagna. Siamo inoltre primi al mondo per produzioni a indicazione geografica. Tuttavia, nonostante la crescita del settore e gli sforzi, non si fa ancora abbastanza per tutelare una risorsa per noi preziosissima: il suolo.

Dove dobbiamo fare di più

La nuova Pac, cioè la politica agricola comune, dovrebbe avere l’intento utilizzare proprio l’agricoltura – e in particolare l’agricoltura bio e sostenibile – per rigenerare il suolo e proteggere la biodiversità europea. Ma nel frattempo continuiamo a perdere 14 ettari di suolo al giorno à la maggior parte, nel territorio di 14 città metropolitane…), mettendo a rischio sia la biodiversità del paese, sia il capitale naturale.

Dobbiamo fare molto di più sul fronte delle emissioni, che in Italia non calano da cinque anni. Se vogliamo rispettare l’accordo di Parigi e ridurre la CO2 del 37 per cento, come promesso nel piano nazionale per l’energia e il clima (Pnec) per dare il nostro contributo alla riduzione complessiva delle emissioni del 40 per cento prevista per l’Europa, servirà invertire il trend.

E poi, siamo deboli sulle misure di adattamento al cambiamento climatico adottate dalle nostre città, messe a rischio da ondate di calore e dissesto. E anche l’efficienza energetica “scricchiola”: il consumo interno lordo di energia è tornato a crescere, soprattutto a causa del settore terziario degli edifici – troppo vecchi e mal coibentati – del nostro paese.

Infine, rispetto al resto dell’Europa, da noi crescono ancora molto poco la mobilità elettrica – in Italia ci sono meno di 10.000 auto vendute, in Germania sono oltre 68.000 – e l’ecoinnovazione. La digitalizzazione dei servizi è molto al di sotto della media europea, e siamo addirittura 24esimi su 28 stati membri.

Le aziende lo sanno

Di questi handicap, sono consapevoli tutti, soprattutto i rappresentanti di molte aziende, che nella seconda giornata di lavori degli Stati generali si sono incontrati e confrontati con esperti di clima sulle soluzioni da adottare per dare una spinta al green new deal.

green new deal
Jeffrey Sachs, Direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University. © Ecomondo

“La felicità e la sostenibilità sono in sostanza la stessa cosa. Per tenere fede all’accordo di Parigi sappiamo cosa fare, sappiamo dove andare. Dobbiamo decarbonizzare l’economia, dobbiamo produrre elettricità a basse emissioni e abbiamo le tecnologie. Ora abbiamo bisogno di una road map, di un percorso comune. Negli Stati Uniti il 70 per cento delle persone è favorevole alle rinnovabili e al taglio delle emissioni, ma il Presidente Trump non ascolta la voce dell’America, mala voce della piccola ma potente lobby del petrolio”, ha detto Jeffrey Sachs, Direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University in un’intervista video proiettata durante la conferenza.

Oltre a promettere piani di azzeramento delle emissioni entro pochi anni, molte imprese sono state concordi nel chiedere al governo strumenti finanziari adeguati per aumentare gli investimenti e migliorare la competitività.

La consapevolezza di quel andrebbe fatto, insomma, si rafforza sempre più.
Bisogna solo avere il coraggio di compiere azioni concrete che facciano prendere davvero all’economia italiana un vero nuovo corso sostenibile.

Articoli correlati