Investimenti sostenibili

Social impact bond, quando risolvere un problema sociale significa guadagnare

Come trovare risorse per sanità, reinserimento sociale dei detenuti, welfare? I social impact bond sono una possibile risposta. Ecco come funzionano.

“C’è un divario tra la disponibilità di fondi pubblici e i bisogni sociali da affrontare. È un problema costante, che coinvolge tutt’Europa e che ormai non si può più ignorare”. Non usa mezzi termini Aldo Cavadini, consigliere di Fondazione Sodalitas, all’incontro della Settimana SRI dedicato all’impact investing. Gli esempi, d’altra parte, li conosciamo tutti in prima persona: assistenza sanitaria, reinserimento sociale dei detenuti, smaltimento dei rifiuti nelle città. Attività complesse, onerose, in cui il pubblico dovrebbe garantire un servizio universale, ma fa sempre più fatica a trovare le risorse. Non stupisce, dunque, che si vada alla ricerca di nuovi modelli di collaborazione tra pubblico e privato. Un esempio sono i social impact bond.

Cosa sono i social impact bond

Un’obbligazione “normale” è uno strumento con cui stati e aziende rastrellano finanziamenti. Se acquisto un’obbligazione che vale 100, alla scadenza riceverò indietro i miei 100, più una quota di interesse che mi verrà liquidata a intervalli regolari. In questo modo, lo stato o l’azienda hanno la liquidità le loro attività e l’investitore, che ha dato loro fiducia, ottiene un piccolo guadagno.

Un social impact bond, noto anche come “pay for success bond”, è un’obbligazione con cui il settore pubblico raccoglie investimenti privati per pagare chi gli fornisce servizi di welfare. La remunerazione del capitale investito, però, è calcolata in modo molto particolare: infatti, viene agganciata al raggiungimento di un certo risultato sociale. Il ragionamento alla base è innovativo: se si risolve un problema sociale, si evita un costo per la società. Grazie a quel risparmio, la pubblica amministrazione si può permettere di remunerare gli investitori.

 

 

Sanità pubblica finanziamenti
La sanità è uno degli ambiti in cui il settore pubblico fatica sempre più a trovare risorse. Foto © Ingimage

La storia comincia da un carcere inglese

Il primo social impact bond nasce nel 2010, nella contea di Cambridgeshire. Lo scopo è quello di sostenere il reinserimento di 3 mila detenuti del carcere di Peterborough, condannati a pene inferiori a 12 mesi. Diciassette investitori, quasi tutti fondazioni ed enti filatropici, acquistano social impact bond per un valore di 5 milioni di sterline. Così facendo, accettano una scommessa: se nel 2016 il tasso di recidiva sarà sceso del 7,5 per cento, riceveranno un pagamento che – a seconda del risultato – potrà arrivare a un massimo di 8 milioni di sterline. Altrimenti, niente remunerazione. A garantire il pagamento è per il 37,5 per cento il ministero della Giustizia e per il 62,5 per cento il Big Lottery Fund, un istituto pubblico che redistribuisce per scopi benefici una parte degli incassi della lotteria nazionale. Questo pionieristico esperimento si conclude con un successo: la recidiva si riduce addirittura del 9 per cento e gli investitori ricevono, oltre al capitale stanziato all’inizio, un ulteriore 3 per cento annuo.

social impact bond del carcere di Peterborough
Il primo social impact bond nasce per sostenere il reinserimento sociale dei detenuti del carcere inglese di Peterborough. Foto © ictoria Pusey / EyeEm

Social impact bond, una strada lunga e non sempre facile

L’esperimento del carcere di Peterborough è da subito finito sotto i riflettori, piantando il primo seme per la nascita di un sistema. Ad oggi, però, i casi di social impact bond sono ancora sporadici. Se ne contano solo poche decine, sparsi tra Regno Unito, Stati Uniti, Australia e – di recente – Canada. D’altronde, insieme agli entusiasmi non sono mancate le critiche. Pensiamo, ad esempio, all’Italia: la disciplina dei contratti pubblici è molto rigida, lascia poca libertà di scegliere fornitori privati e pone obblighi precisi sulla rendicontazione delle spese.

“I social impact bond sono un grande stimolo all’innovazione sociale, ma bisogna anche dire che quasi tutto il rischio è sulle spalle dei finanziatori: se l’obiettivo non viene raggiunto, infatti, non riceveranno i loro rendimenti e in alcuni casi non avranno nemmeno indietro il capitale che hanno investito”, continua Cavadini. Tutto ciò, tra l’altro, impone di trovare un modo preciso e inequivocabile per misurare l’impatto sociale.  Insomma, la strada è ancora lunga e i nodi da sciogliere sono parecchi. Ma ciò che conta è che si fa sempre più forte la volontà di investire in attività che abbiano ricadute positive sulla società e sul territorio.

 

Foto in apertura © Thanasis Zovoilis / Getty Images

Articoli correlati