Per gli Stati Uniti le colonie israeliane non violano il diritto internazionale

Cancellando di colpo decenni di diplomazia, Washington ha dichiarato che le colonie nei territori palestinesi non violano le norme internazionali.

Gli Stati Uniti non considerano più le colonie israeliane in Cisgiordania come contrarie al diritto internazionale. L’annuncio del segretario di stato Mike Pompeo, di fronte alla stampa, nel pomeriggio di lunedì 18 novembre, ribalta parecchi decenni di politica americana. E pone Washington in contrasto diretto con le Nazioni Unite – che giudicano gli insediamenti come un’occupazione di territori palestinesi – nonché con la stragrande maggioranza delle diplomazie di tutto il mondo.

L’annuncio sulle colonie affidato al segretario di stato Mike Pompeo

“Dopo aver esaminato attentamente tutte le argomentazioni giuridiche abbiamo concluso che le colonie di civili israeliani in Cisgiordania non presenta aspetti contrari al diritto internazionale”, ha affermato il membro dell’amministrazione guidata da Donald Trump. Una presa di posizione che rappresenta di fatto un sostegno al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Quest’ultimo, infatti, ha proposto di annettere una parte delle colonie dei territori occupati, proprio mentre i partiti dello stato ebraico stanno lavorando – non senza difficoltà – nel tentativo di formare un nuovo governo.

Ciò che preoccupa maggiormente è il fatto che la “svolta” americana rischia di rendere più complicato il processo di pace. Finora, infatti, Washington si era sempre basata su un parere giuridico del dipartimento di stato risalente al 1978. Che appunto condannava la creazione di colonie in quanto “non conforme” alle norme internazionali.  

Il precedente del riconoscimento di Gerusalemme come capitale

L’amministrazione Trump, d’altra parte, si è sempre mostrata poco incline al compromesso. Alla fine del 2017, in particolare, aveva deciso una prima rottura con la comunità internazionale (e con la tradizionale politica americana) riconoscendo unilateralmente Gerusalemme come capitale di Israele. Il che provocò un’ondata di proteste da parte palestinese, con aspri scontri alla frontiera con l’esercito ebraico.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump © Chris Kleponis/Pool/Getty Images

La distanza con il resto del mondo confermata anche, di recente, da una decisione della Corte di giustizia europea, che ha imposto un’etichettatura speciale per i prodotti importati “originari dei territori occupati dallo Stato di Israele”. Essi dovranno “recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza”. Una decisione che ha suscitato l’ira della diplomazia israeliana, mai così tanto vicina a quella americana.  

Sterminata una famiglia in Palestina. Israele: un errore

Nelle ultime settimane, inoltre, la striscia di Gaza è stata nuovamente teatro di violenze ed uccisioni. Venerdì 15 novembre l’esercito israeliano ha ammesso che nel corso di alcuni raid aerei, presentati come “chirurgici” dalle autorità, è stata bombardata una casa abitata da civili. Il che ha comportato la morte di un’intera famiglia. Una carneficina: otto vittime, tra le quali due donne e cinque bambini di meno di 13 anni.

Gli ultimi scontri tra israeliani e palestinesi sono esplosi dopo l’assassinio mirato di un importante leader della jihad islamica. Nel corso dei raid sono morte decine di persone e le forze palestinesi hanno risposto con il lancio di 450 razzi in 48 ore. In seguito, è stato negoziato un cessate il fuoco sotto l’egida di Egitto e Nazioni Unite. Giudicato tuttavia fragile da numerosi osservatori.

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