Investimenti sostenibili

Il valore economico delle foreste è inestimabile, per tutti noi

Persone, Stati, aziende e investitori. Tutti, senza eccezioni, sono profondamente legati al valore economico delle foreste. Scopriamo come e perché.

Le foreste sono un patrimonio naturale, una miniera di biodiversità, un argine al cambiamento climatico. Sono fonte di cibo, energia e riparo per le persone e forniscono le materie prime all’industria. Quantificare il valore economico delle foreste non è facile, ma ci fa capire – se ancora ce ne fosse bisogno – che la deforestazione danneggia tutti. Comunità, Stati e aziende (e quindi i loro investitori).

Sono più di un miliardo le persone che vivono grazie alle foreste

Non è affatto facile esprimere in cifre il valore economico delle foreste per la comunità. Ci prova l’edizione 2014 del rapporto Fao sullo stato delle foreste, che arriva a supporre che almeno 1,2 miliardi di persone dipendano dalle foreste per l’approvvigionamento di cibo, energia e riparo.

Il legno serve a costruire le case di 1,3 miliardi di persone, vale a dire il 18 per cento della popolazione globale. 2,4 miliardi di persone usano il legno per cucinare, altri 764 milioni per far bollire l’acqua. Per non contare tutti coloro che nelle foreste raccolgono cibo. 840 milioni di persone (il 12 per cento della popolazione globale) raccolgono legname per se stesse e per le proprie famiglie. Nei paesi più poveri spesso il legno è l’unica fonte di energia: rappresenta il 27 per cento della fornitura di energia primaria in Africa, il 13 per cento in America Latina e nei Caraibi e il 5 per cento in Asia e Oceania.

Nel mondo, 13,2 milioni di persone lavorano ufficialmente nel settore forestale, che frutterebbe direttamente 600 miliardi di dollari all’anno, all’incirca quanto il pil dell’Argentina. Vale a dire 150 dollari per ettaro. Altri 41 milioni sono gli occupati in modo informale o in settori collaterali, che generano entrate stimate in altri 125 miliardi di dollari.

Deforestazione nel bacino del fiume Congo
La foresta del bacino del fiume Congo, in Camerun, è profondamente minacciata dalla deforestazione. Foto © Brent Stirton/Getty Images

È ora che gli Stati riconoscano il valore economico delle foreste

Gli investimenti pubblici sono fondamentali per le foreste, che per il 90 per cento si trovano su terreni pubblici, ricorda la Fao nell’edizione 2016 del suo report. Nonostante ciò, soprattutto nei Paesi a basso reddito, la spesa pubblica per le foreste risulta davvero striminzita, se messa a confronto con il loro contributo al pil. I paesi più ricchi invece stanno iniziando a investire molto di più per le foreste e i programmi di sviluppo rurale sostenibile. Così facendo, le sfruttano per attività e prodotti a maggiore valore aggiunto e creano più posti di lavoro, con un maggiore livello di produttività. Insomma, investire significa incrementare il valore economico delle foreste, contrastare il cambiamento climatico, promuovere un’agricoltura resiliente e sostenibile e creare posti di lavoro per le piccole e medie imprese locali.

Per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sfgs), continua la Fao, è indispensabile trovare un compromesso tra le esigenze del patrimonio forestale e quelle dell’agricoltura, responsabile di circa il 70 per cento della deforestazione in America Latina. Ma la missione è tutt’altro che impossibile. Lo dimostrano le esperienze di Cile, Costa Rica, Gambia, Georgia, Ghana, Tunisia e Vietnam, che sono riusciti a registrare progressi sia nella produttività agricola e nella sicurezza alimentare, sia nell’espansione della superficie di foreste.

Case di legno
1,3 miliardi di persone nel mondo vivono in case di legno. Foto © Mario Tama/Getty Images

La deforestazione minaccia anche aziende e investitori

Se le attività umane sono legati in modo così stretto al valore economico delle foreste, non si può certo pensare che le grandi aziende (e, di conseguenza, i loro investitori) vivano in un mondo a parte. 365 investitori, che gestiscono complessivamente 22 mila miliardi di dollari, hanno incaricato l’organizzazione no profit londinese CDP di analizzare le strategie contro la deforestazione delle grandi multinazionali. Il risultato è un report, pubblicato nel mese di dicembre 2016, che prende in analisi 187 aziende.

Complessivamente, si può stimare che circa un quarto dei loro ricavi dipendano dalle quattro commodities più legate alla deforestazione (bestiame e derivati, olio di palma, soia, legno). Secondo CDP, ciò significa che la deforestazione avrà un impatto profondo sul loro business. Questo perché il cambiamento climatico avrà effetti concreti sulla disponibilità, sulla qualità e sul prezzo di queste materie prime; perché le regolamentazioni nazionali e internazionali si faranno più severe; perché l’opinione pubblica di tutto il mondo starà più attenta. Nonostante questo, solo il 42 per cento di queste aziende ha condotto un’analisi approfondita della propria filiera, necessaria per stimare l’impatto della deforestazione sulle strategie di crescita per i prossimi cinque anni. Oltre l’80 per cento delle aziende agricole che coprono i primi step della filiera alimentare globale stanno già facendo i conti con la deforestazione e, nell’ultimo quinquennio, sono state costrette a modificare le loro pratiche di business.

Una presa di coscienza è arrivata a gennaio 2017 al World Economic Forum di Davos, quando venti colossi globali (tra cui Walmart, Carrefour, Mars, Cargill) hanno stretto una partnership con banche e istituti di ricerca per monitorare la deforestazione lungo tutta la filiera. Se è vero infatti – come ricorda il World Economic Forum – che 366 aziende in tutto il mondo si sono impegnate a eliminare la deforestazione da tutte le loro attività, per far fede a questo impegno servono informazioni affidabili e complete.

 

Foto in apertura: Mario Tama /Getty Images

 

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