Coronavirus

Yemen. Cronache da un paese dilaniato dai conflitti e dal colera, che rischia di soccombere al coronavirus

Lo Yemen è in guerra da cinque anni. Con il sistema sanitario al collasso, la mancanza d’acqua potabile e un’epidemia di colera già in corso, l’arrivo del coronavirus sarebbe “una tempesta perfetta”.

Una ragazzina carica sul suo asino una tanica piena d’acqua che ha prelevato da una cisterna in un campo allestito per gli yemeniti sfollati nella provincia di Hajjah. Lavarsi spesso le mani per combattere la diffusione del nuovo coronavirus è fondamentale, ma è un lusso che non ci si può permettere in uno Yemen stremato dalla guerra, dove l’acqua pulita è pressoché introvabile. L’inefficiente sistema sanitario non ha dichiarato ancora alcun caso di Covid-19, ma se la pandemia giungesse anche lì, avrebbe un impatto devastante in un paese dove cinque anni di conflitti hanno dato vita a quella che le Nazioni Unite (Onu) hanno definito “la peggior crisi umanitaria del mondo”.

La popolazione dello Yemen ancora una volta deve affrontare una prova durissima, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo.Paolo Pezzati, policy advisor Oxfam Italia
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Nel nord dello Yemen c’è pochissima acqua pulita a disposizione © Essa Ahmed/Afp via Getty Images

L’origine del conflitto nello Yemen

La guerra civile fra gli houthi, ribelli sciiti che controllano il nord con il benestare dell’Iran, e le truppe sostenute dall’Arabia Saudita del presidente Abd Rabu Mansur Hadi, deposto con un colpo di stato nel 2015 ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale, si è ulteriormente inasprita nel 2017 con l’entrata in scena del Consiglio di transizione meridionale, un movimento secessionista. Il conflitto ha finora provocato almeno 100mila vittime e 3,6 milioni di sfollati. Tantissimi bambini sono morti giocando nei campi pieni di mine sotterranee. Come se non bastasse, nel 2017 è scoppiata nel paese mediorientale anche un’epidemia di colera, che da allora ha causato 2,2 milioni di morti; 56mila solo dall’inizio di quest’anno.

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Lo Yemen non è pronto per lottare contro il coronavirus

Il sistema sanitario dello Yemen è ormai al collasso, metà delle strutture non è funzionante, mancano i servizi – soprattutto l’assistenza materna e pediatrica – e negli ultimi cinque anni si sono verificati, secondo i dati dell’Oms e dei suoi partner, oltre 142 attacchi sugli ospedali. Nel tratto di 450 chilometri tra Hodeidah e Aden, che richiede da sei a otto ore di guida, l’ospedale di Medici senza frontiere a Mocha è l’unica struttura con una sala operatoria al servizio della popolazione locale. Se il coronavirus arrivasse anche lì – sempre che non ci sia già, vista la totale assenza di controlli –, “sarebbe una tempesta perfetta”, dichiara il rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Altaf Musani.

Non abbassiamo l’attenzione su quanto sta avvenendo. La guerra non resta a casa, e l’azione umanitaria non si ferma, anzi, va sostenuta e intensificata.Kostas Moschochoritis, segretario generale Intersos
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La città di Mocha in rovine © Andrew Renneisen/Getty Images

A rischio sono soprattutto i territori settentrionali, come le province di Hajjah, Sana’a, Houdeida, Dhamara e Taiz, a causa della mancanza di fonti di approvvigionamento idrico sicure. “Dieci milioni di persone sono sull’orlo della carestia, più di 17 non hanno accesso ad acqua potabile e servizi igienico-sanitari”, avverte Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. Di questi ultimi, circa nove milioni sono minori, secondo l’ong Save the children.

Anche l’Italia vendeva bombe all’Arabia Saudita

Come riporta il Corriere della sera, il 12 luglio scorso il governo italiano ha deciso di sospendere l’esportazione di missili e bombe verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Anche Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda hanno recentemente annunciato la sospensione delle forniture militari ai sauditi, ma Berlino ha comunque concesso numerose autorizzazioni per l’export in Egitto, Giordania, Kuwait, Sudan e Bahrein, anch’essi coinvolti nello scontro su suolo yemenita. La Francia poi, che dopo Stati Uniti e Gran Bretagna rappresenta il terzo paese per volume di esportazioni a Riad, rifiuta di bloccarle sostenendo che “i materiali bellici di Parigi vengono utilizzati per scopi unicamente difensivi dall’Arabia Saudita”.

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I combattenti della resistenza Tahami, alleati delle forze filogovernative © Andrew Renneisen/Getty Images

L’appello dell’Onu: deponete le armi, concentriamoci sulla vera battaglia comune

Nel frattempo, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha lanciato un appello affinché venga cessato il fuoco in tutto il mondo, di modo che tutti possano dedicarsi alla lotta contro la pandemia di Covid-19: “Deponete le armi, è ora di lasciare i conflitti dietro di noi e di concentrarci sulla vera battaglia comune. Fate tacere i cannoni e bloccate i bombardamenti aerei”. Guterres ha proposto, inoltre, di sospendere le sanzioni economiche attualmente imposte ad alcune giurisdizioni.

Lo Yemen affronta da tempo l’emergenza umanitaria più grave del Pianeta. Ora ci troviamo tutti a fronteggiare “l’emergenza sanitaria più seria degli ultimi cento anni”, come ha detto il presidente francese Macron. Che forse dovrebbe ascoltare Guterres, insieme agli altri capi di stato. Contribuiamo a diffondere il messaggio. In questi giorni stiamo capendo cosa significa essere costretti a stare lontano dai propri cari, chiusi fra quattro mura senza l’opportunità di viaggiare, ma dovendo piuttosto rinunciare a tante piccole cose che prima sembravano scontate. Pensiamo anche agli yemeniti. Si trovano a circa 4.500 chilometri da noi, ma forse mai come oggi sono stati così vicini.

Foto in anteprima © Mohammed Hamoud/Getty Images
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