La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
Ci sarebbero bambini soldato del Darfur in Yemen, a combattere contro ribelli houthi. A reclutarli sarebbe stato il governo di Riad, impegnato in un sanguinoso conflitto contro l’arcinemico regionale, la Repubblica islamica d’Iran.
L’accusa è pesantissima: l’Arabia Saudita avrebbe arruolato bambini soldato africani – provenienti dalla regione sudanese del Darfur, teatro di un altro conflitto dimenticato – per mandarli a combattere in Yemen. A formularla è il New York Times, citando fonti interne sudanesi secondo cui sono circa 14mila i militari del Sudan che hanno combattuto finora al fianco delle milizie fedeli ai sauditi. Quasi tutti sarebbero originari della regione occidentale del Darfur, epicentro di un conflitto contro il governo centrale di Khartoum che negli anni scorsi ha causato circa 300mila morti e oltre due milioni di sfollati.
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Dalle interviste condotte dal quotidiano statunitense è emerso che una fetta consistente di questi soldati – tra il 20 e il 40 per cento – sarebbe composta da minorenni tra 14 e 17 anni di età. A spingerli a combattere a migliaia di chilometri da casa e per un altro paese, sarebbe l’opportunità economica: circa 10mila dollari a testa. Una fortuna per chi vive in una delle regioni più povere ed emarginate del Sudan, anche prima che il paese si trovasse a fare i conti con una crisi economica senza precedenti, l’inflazione al 70 per cento e proteste di piazza per il rincaro dei beni di prima necessità.
This story is a week old but deserves more attention: KSA has recruited thousands of child soldiers from #Sudan to fight on the front lines in #Yemen. This is a violation of international law, and it makes US military assistance to KSA illegal as well. https://t.co/MpVsFTLFn8
— Yemen Peace Project (@YemenPeaceNews) 4 gennaio 2019
Non si è fatta attendere la replica del governo saudita che, attraverso il portavoce della coalizione militare Turki al-Maliki, ha negato la presenza di qualsiasi minore tra le sue truppe e definito le accuse del New York Times “false e scorrette”. Le rivelazioni, corredate da immagini e testimonianze, mettono comunque in imbarazzo i vertici militari e la casa reale al Saud, già al centro dello scandalo per l’uccisione e lo smembramento del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato saudita ad Istanbul lo scorso 2 ottobre.
Saudi Arabia opens Khashoggi murder trial – https://t.co/NhXxOIx8vy pic.twitter.com/zbdCg0fAlu
— KaciJeans (@KaciJeans) 3 gennaio 2019
Nella guerra per la supremazia sul Medio Oriente, lo scontro aperto tra Iran e Arabia Saudita ha valicato da tempo il confine regionale approdando sulle coste africane. Eritrea, Senegal, Gibuti, Somalia e soprattutto il Sudan – partner strategico di Teheran fino al 2014 – hanno improvvisamente cambiato fronte, dichiarando il proprio sostegno alla monarchia saudita e ricevendo in cambio ingenti finanziamenti. Fin qui si resta nel campo della realpolitik. Nel suo articolo, però, David D. Kirkpatrick riferisce le cifre confidategli da miliziani sudanesi e stima sui 480 dollari l’ingaggio di un 14enne senza esperienza, mentre uno con esperienza porterebbe a casa 530 dollari. A queste somme si aggiungerebbero tra i 185 e i 285 dollari per ogni mese di combattimenti in prima linea. Un tariffario della vergogna.
Come se non bastasse, la coalizione a guida saudita (che vede coinvolti Egitto, Sudan, Giordania, Marocco, Bahrain, Qatar e Emirati Arabi Uniti) sta faticando ad avere la meglio sugli avversari in un conflitto in corso da ormai 4 anni, e persino la recente consegna del porto di Hodeida da parte degli houthi è stata frutto di una mediazione delle Nazioni Unite. L’intervento, se da un lato ha permesso la ripresa di una parte dei territori – in particolare del governatorato di Aden, roccaforte del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi – ha però fallito nell’obiettivo di ripristinare il controllo sulla capitale e sulla zona dei principali impianti petroliferi, ancora saldamente in mano ai ribelli sciiti.
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