Buddha: la trasmissione del Dharma

Tutto ebbe origine venticinque secoli fa quando Buddha Shakyamuni, di fronte a cinquemila uditori, senza proferire parola, solleva davanti a sé un fiore.

Tutto ha origine quel lontano giorno di venticinque secoli fa quando Buddha Shakyamuni, di fronte a cinquemila uditori, senza proferire parola, solleva davanti a sé un fiore. Solo uno tra i molti comprende il significato di quel semplice gesto e sorride. È Mahakashapa, il discepolo a lui più vicino. Inizia così ciò che nello Zen si chiama il Tramandamento, la Trasmissione e l’originalità di questo episodio sta proprio nella assenza di ciò che ordinariamente noi crediamo sia lo strumento fondamentale per la trasmissione di un insegnamento: la parola. Si dice che il Buddha spesso non proferisse parola, lasciando che si stabilisse tra lui e chi lo ascoltava una profonda e sottile corrente di pensiero, un pensiero originale e originario, non concettuale. Solo uno tra i cinquemila uditori comprese quel pensiero, Mahakashapa, che divenne così il primo patriarca dello Zen. Nella tradizione Zen questo tipo di comunicazione è elemento essenziale per la comprensione dell’insegnamento di un Maestro. Lo Zen è incontro personale con qualcuno, con una persona che, spesso inspiegabilmente, convince, è toccare il cuore perché spesso l’incontro è uno sguardo d’intesa, un sorriso appena accennato, la semplicità di un gesto, una parola appena proferita.

Il Maestro Mahakashapa

La persona che noi incontriamo la chiamiamo Maestro perché riconosciamo in lui l’appartenenza a una precisa tradizione che trae la sua origine da Shakyamuni, il Buddha storico.

Nel momento in cui Mahakashapa sorride vedendo il fiore sollevato dal Buddha, tra i due si stabilisce una intesa talmente profonda da rendere superflua ogni altra speculazione verbale. È ciò che in giapponese si dice “I Shin Den Shin”, da mente a mente, da cuore a cuore. I due cuori e le due menti per un istante si incontrano ed è molto difficile comprendere la natura di questo incontro perché tocca le corde più intime e nascoste della coscienza.

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Lo zen opera nell’ambito della relazione © Jay Castor/Unsplash

In alcuni sutra questo tipo di relazione è paragonata all’Incontro di due frecce in volo, un evento speciale, altamente improbabile ma assolutamente possibile, un evento che, quando si verifica, trasforma la vita di un uomo. È in quest’ambito che lo Zen opera, e cioè nella relazione. Ciò che importa non sono i due soggetti perché, se si considerasse l’uno, inevitabilmente si finirebbe con l’escludere l’altro. Ciò che è fondamentale è la relazione tra i due, ciò che li unisce e questo trascende i singoli soggetti.

Il Dharma

Per comprendere il Buddhismo, occorre sempre rifarsi alla tradizione, percorrere a ritroso il cammino intrapreso per arrivare al momento fondante da cui tutto ha origine. Nel Buddhismo e, in particolare nello Zen, questo evento fondante è il risveglio di Buddha che, seduto in meditazione sotto l’albero del Bodhi (dell’illuminazione) è determinato a scoprire l’origine del dolore umano. Da quel momento generazioni di Patriarchi e di Maestri hanno trasmesso il Dharma ovunque fino ai giorni nostri. Rifarsi alla tradizione significa stabilire un ponte temporale tra l’istante presente e l’evento fondante ovvero attualizzare in ogni momento quell’ unico significativo episodio che ci fa essere qui e ora. È un costante salto indietro nel tempo che si manifesta inconsciamente, naturalmente, è un ritorno alla condizione normale del corpo e dello spirito, come affermava Taisen Deshimaru Roshi, grande Maestro Zen che per primo ha portato lo Zen in occidente.

L’origine del Buddhismo viene di consuetudine attribuita al Buddha storico, Shakyamuni, ma in realtà l’inizio è ben più remoto nel tempo, risale a molte ere precedenti, ben sette Buddha l’hanno preceduto. Ciò che si rivela a Shakyamuni è l’origine del dolore, le cause che lo fanno sempre presente nella nostra vita, ma anche la via per la sua estinzione. È il Dharma, l’origine di tutte le cose, la loro vera natura. Non si tratta di una meta raggiunta ma semplicemente una apertura della mente a ciò che da sempre è, immoto nel tempo. La vera meta è sempre al di là di ciò che noi pensiamo e, proprio per questo, non è mai raggiunta. Ogni limite di tempo e spazio è trasceso, ma quando noi pensiamo di aver compreso, automaticamente poniamo dei limiti a ciò che è universale. Nello Zen si dice “sali su un lungo palo e, quando sei in cima, fai un passo in più”. Questo passo in più è importante, ancor più dell’intero percorso.

di Maurizio Anshu Ferro

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