Indonesia bruciata. Foreste, oranghi e uomini in ginocchio per gli incendi

L’Indonesia sta vivendo una crisi senza precedenti a causa degli incendi che bruciano le foreste, spesso vergini e quindi in modo illegale, per far spazio alle coltivazioni di palma da olio. L’aria è irrespirabile da mesi. Il colore tipico delle giornate è il seppia, senza alcun bisogno di filtro. Sei province del paese hanno dichiarato

L’Indonesia sta vivendo una crisi senza precedenti a causa degli incendi che bruciano le foreste, spesso vergini e quindi in modo illegale, per far spazio alle coltivazioni di palma da olio. L’aria è irrespirabile da mesi. Il colore tipico delle giornate è il seppia, senza alcun bisogno di filtro. Sei province del paese hanno dichiarato lo stato d’emergenza e migliaia di persone stanno abbandonando la loro terra, così come centinaia di animali, soprattutto oranghi già a rischio estinzione per la perdita di habitat, costretti a fuggire dalle “loro” foreste.

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Pompieri indonesiani alle prese con incendi dolosi © David McNew/Getty Images

Dieci morti e migliaia di persone intossicate

La situazione è fuori controllo soprattutto a Sumatra e a Kalimantan dove dieci persone sono morte per aver respirato l’aria contaminata, mentre le persone che hanno avuto problemi di salute sono oltre 500mila dal primo luglio. Gli incendi, appiccati per rendere coltivabili terreni che fino a quel momento godevano dello status di tutela, sono stati sostenuti anche da un clima arido e da un’assenza prolungata delle precipitazioni dovuta all’impatto del fenomeno El Niño. Il livello di sostanze inquinanti presenti nell’aria registrato dal Pollutant standard index ha raggiunto quota 2.000. Qualsiasi cifra superiore a 300 sarebbe da considerare pericolosa per la salute.

Un crimine contro l’umanità

Sutopo Puro Nugroho, portavoce dell’Agenzia indonesiana per la meteorologia, il clima e la geofisica (Bmkg), ha dichiarato che in questi mesi circa 43 milioni di persone hanno inalato sostanze tossiche anche se il numero potrebbe essere molto più alto: “Questo è un crimine contro l’umanità di proporzioni gigantesche. Ma ora non è il momento di puntare il dito contro i responsabili, bensì di concentrarsi su come possiamo affrontare questa situazione rapidamente”.

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© David McNew/Getty Images

 

Il grido d’aiuto della popolazione

Intanto la popolazione ha deciso di far sentire la propria voce, spesso inascoltata dal governo di Giacarta guidato dal presidente Joko Widodo. Su Twitter sono stati lanciati gli hashtag #EvakuasiKami (evacuateci) e #RevolusiLangitBiru (rivoluzione del cielo blu), diventati virali in poche ore e che raccolgono i tweet di persone che, cartelli alla mano, chiedono la fine immediata di questa situazione.

 


Gli effetti degli incendi si sentono anche nei paesi confinanti, come Malesia e Singapore, dove molte scuole sono state costrette a chiudere e molti eventi che si dovevano tenere all’aperto sono stati cancellati, così come numerosi voli che, se decollati, avrebbero messo a rischio la vita dei passeggeri. Per tutti questi motivi, è in atto una campagna di boicottaggio di molti prodotti made in Indonesia. Il paese è criticato da più parti perché accusato di non fare abbastanza per contrastare un reato che va avanti da anni. Sono in molti a chiedersi perché sia così difficile lanciare il messaggio “se appicchi un incendio, vai in galera” e quali siano i veri interessi che ci sono dietro questo dramma.

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Un pompiere indonesiano impegnato nella provincia di Kalimantan © Andy Rain/Liaison

Gli aiuti internazionali non bastano

I governi di Malesia, Singapore, Australia, Giappone e Russia hanno offerto assistenza a Widodo attraverso l’invio di elicotteri e canadair. Ma l’aiuto non sembra sufficiente. È stato stimato che gli incendi siano costati al governo indonesiano già 30 miliardi di dollari (circa 27,2 miliardi di euro). Una cifra enorme per un paese all’inseguimento della crescita. Un danno incalcolabile per un territorio, in teoria fortunato per la presenza di foreste meravigliose, che dovrebbe puntare sullo sviluppo sostenibile, senza lasciare indietro nemmeno un ettaro di suolo.

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