Un’ondata di caldo estremo sta colpendo numerose nazioni europee: è il portato della crisi climatica. E andrà sempre peggio.
Centinaia di colossi industriali, stati federali, città e atenei sfidano Donald Trump con l’iniziativa “We are still in” a sostegno dell’Accordo di Parigi.
125 città, 9 stati federali, 902 imprese e 183 università. È la fotografia dell’America che non ci sta. Che non accetta le decisioni del nuovo presidente Donald Trump in materia di ambiente. E che vuole ribadire la propria adesione all’Accordo di Parigi, con il quale si punta a limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di due gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali.
Insieme, queste centinaia di enti locali, aziende e atenei hanno dato vita ad un’iniziativa battezzata “We are still in”: “Noi ci siamo ancora” e faremo la nostra parte per mantenere gli impegni assunti nella capitale francese. I promotori dell’iniziativa sottolineano il fatto che in brevissimo tempo (l’annuncio dell’uscita dall’Accordo da parte della Casa Bianca è arrivato il 1 giugno) un numero particolarmente importante di soggetti abbia scelto la via della “resistenza”.
“Il nostro gruppo – hanno spiegato in una lettera aperta pubblicata sul sito internet dell’iniziativa – rappresenta qualcosa come 120 milioni di americani. Il cui contributo per l’economia degli Stati Uniti è pari a 6.200 miliardi di dollari”. Chi ha aderito a “We are still in” ha dichiarato apertamente “l’intenzione di continuare a premere affinché gli Usa rimangano in prima linea nel processo di riduzione delle emissioni di CO2”. E ha assicurato “l’impegno per un’azione ambiziosa di lotta ai cambiamenti climatici, malgrado l’assenza del governo federale”. Ciò, in termini concreti, significa che i firmatari adotteranno dei piani di riduzione delle emissioni che possano aiutare il loro paese a rispettare comunque l’Accordo di Parigi.
Particolarmente significativo è il fatto che tra le 902 imprese che hanno aderito figurano nomi noti in tutto il mondo e autentici pesi massimi dell’economia americana, come i colossi dell’e-commerce Amazon e eBay, o il produttore informatico Apple. E ancora Allianz, Danone, Facebook, Google, Hewlett Packard, Intel, Microsoft, Natixis, Nestlé, Nike, Tesla, Uber, Unilever, Yahoo.
Tutti hanno sottolineato il fatto che, contrariamente a quanto affermato da Donald Trump, “l’Accordo di Parigi favorirà la creazione di creare posti di lavoro, la stabilità e la prosperità a livello mondiale”. Negli Stati Uniti, infatti, “l’accelerazione della transizione energetica rappresenta un’opportunità e non una zavorra, per stimolare l’innovazione e promuovere la competitività americana”. È per questo che i firmatari di “We are still in” hanno spiegato che lavorare per l’ambiente “costituisce il miglior modo per fare gli interessi degli elettori, dei clienti, degli studenti e delle comunità di cittadini”.
In un’intervista rilasciata al New York Times, l’ex sindaco della Grande Mela Michael Bloomberg, che coordina l’iniziativa “We are still in”, ha spiegato: “Ci comporteremmo come se gli Stati Uniti fossero rimasti nell’Accordo”. La segretaria della Convenzione quadro delle Nazioni Unite per il clima (Unfccc) Patricia Espinosa ha risposto prontamente: “La nostra organizzazione accoglie con soddisfazione la determinazione e l’impegno di un così grande numero di realtà. Esse riconoscono il ruolo essenziale dell’Accordo di Parigi”.
Il governatore della California Jerry Brown, in particolare, non ha perso tempo e in occasione di una tournée in Cina ha firmato assieme al presidente Xi Jinping un accordo di collaborazione per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Il documento parla di spinta per sviluppare le fonti rinnovabili, i trasporti a zero emissioni e l’efficienza energetica. “Non possiamo tollerare bastoni fra le ruote in questa immensa sfida che consiste nel traghettare il Pianeta verso un futuro sostenibile”, ha dichiarato il dirigente americano.
Nel frattempo, anche i giovani americani stanno organizzando la loro resistenza: una corte americana ha decretato che un ambiente sicuro è un loro diritto costituzionale. Per questo, un gruppo di bambini e ragazzi tra i 9 e i 21 anni, col supporto dell’organizzazione Our Children’s Trust, trascinerà il governo di Donald Trump, attraverso una causa battezzata “Juliana e altri contro gli Stati Uniti”.
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
![]()
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Un’ondata di caldo estremo sta colpendo numerose nazioni europee: è il portato della crisi climatica. E andrà sempre peggio.
Alla “pre-Cop” di Bonn numerose nazioni hanno denunciato inediti tentativi di mettere apertamente in discussione la scienza del clima.
Il rapporto Stato del clima in Africa dell’Omm sottolinea gli impatti crescenti del riscaldamento globale sul continente.
Agli eventi estremi occorre abituarsi, perché non sono più l’eccezione: a spiegarlo è il servizio di monitoraggio climatico europeo Copernicus.
Malgrado i tagli di Donald Trump e un’eruzione vulcanica, l’osservatorio di Mauna Loa che dal 1958 monitora la CO2 nell’atmosfera non chiuderà.
La Commissione ha varato una serie di misure per rendere più semplice muoversi per il continente in treno, la scelta più ecologica.
L’aumento della temperatura marina nel Pacifico equatoriale, noto come El Niño, è spesso accostato a torto al caldo estivo in Europa.
L’Assemblea generale dell’Onu ha riconosciuto la responsabilità dei governi sul clima, ma solo grazie a un testo indebolito rispetto al progetto iniziale.
Una commissione indipendente dell’Oms ha inviato delle raccomandazioni ai governi per fronteggiare il clima che cambia e tutelare la salute.

