Salmone allevato, perché oltre 120 chef lo hanno tolto dal menù
Oltre 120 chef hanno scelto di eliminare il salmone allevato dai loro piatti e invitano i colleghi a fare lo stesso finché la produzione intensiva continuerà a causare danni.
Gli allevamenti intensivi si sono diffusi nel XX secolo per soddisfare i crescenti consumi di massa di prodotti di origine animale, dalla carne alle uova ai latticini. Si tratta di un’organizzazione di tipo industriale messa a punto per ottimizzare i costi e massimizzare la produzione e caratterizzata dalla concentrazione di molti capi in spazi ristretti, condizione che provoca spesso danni psichici e fisici agli animali e favorisce lo sviluppo di batteri per cui si deve ricorrere all’uso di antibiotici. Al giorno d’oggi gli allevamenti intensivi sono sempre più sotto accusa per non rispettare il benessere animale e per essere responsabili di buon parte delle emissioni di gas serra come CO2 e metano. Secondo le stime della Fao, gli allevamenti intensivi, in particolare quelli di bovini, generano il 15 per cento delle emissioni totali di gas serra di origine antropica. Occorre considerare, inoltre, che negli Stati Uniti e in Europa, la maggior parte della produzione agricola di cereali è destinata a sfamare gli animali allevati in modo intensivo. Ma quali sono le alternative? Una dieta veg o la riduzione del consumo di carne? La carne vegetale a base di soia e altri ingredienti (molto spesso anche additivi), o la carne sintetica prodotta in laboratorio che secondo i suoi fautori è cruelty free e richiede meno risorse per essere prodotta oppure, ancora, i piccoli allevamenti al pascolo che rispettano il benessere animale e contribuiscono alla tutela della biodiversità? Il dibattito è aperto e su LifeGate trovi tante informazioni sempre aggiornate sugli allevamenti intensivi e sulle alternative più sostenibili. Perché cambiare, in meglio, si può.
Oltre 120 chef hanno scelto di eliminare il salmone allevato dai loro piatti e invitano i colleghi a fare lo stesso finché la produzione intensiva continuerà a causare danni.
Per Greenpeace i piani di espansione di Jbs sono incompatibili con gli obblighi dell’azienda in materia di clima e biodiversità e sta portando la causa al tribunale olandese.
La produzione di gamberetti ecuadoriana destinata all’esportazione continua a crescere, ma l’ecosistema delle mangrovie ne paga il prezzo più alto.
Un rapporto sugli allevamenti in Lombardia svela come il sistema produttivo intensivo superi le capacità del territorio causando problemi alla salute delle persone, dell’ambiente e degli animali.
Un documento dell’associazione Ciwf fa i conti di quanto costerebbe in termini ambientali, economici ed etici il primo allevamento di polpi e, in generale, l’acquacoltura carnivora.
Secondo un report pubblicato in vista della Cop30, le 45 maggiori aziende di carne e latticini al mondo inquinano di più del secondo Paese produttore di petrolio.
Il Tribunale superiore di Galizia ha obbligato le autorità statali e regionali a riparare i danni degli allevamenti intensivi della regione di A Limia.
Sono oltre 24mila gli allevamenti intensivi di polli e suini in Europa, molti sorti nell’ultimo decennio. Un’inchiesta ne fa la mappatura e ne denuncia le principali problematiche.
In un’epoca in cui consapevolezze e dati non mancano gli allevamenti intensivi continuano ad aprire, come nel caso del maxiallevamento di galline ovaiole ad Arborio. A spese di ambiente, persone e animali.
In Brasile si pratica una sorta di “riciclaggio del bestiame” che impedisce di sapere se la carne bovina proviene da capi allevati in aree distrutte illegalmente.