5 storie olimpiche inaspettate di atleti che hanno vinto le avversità

Questi atleti hanno sfidato il destino, superando barriere e stereotipi, e segnando la storia delle Olimpiadi. 5 storie olimpiche che vi faranno sognare.

Daniah Hagul

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Daniah Hagul © Matthew Mirabelli/AFP/Getty Images

Daniah Hagul ha 17 anni ed è l’unica donna libica che parteciperà alle Olimpiadi 2016 di Rio de Janeiro, nonché la prima donna nuotatrice della sua nazione a gareggiare dal 2011, anno della rivoluzione che portò alla cattura e all’uccisione del dittatore Mu’ammar Gheddafi.

Vive a Malta, sostenendo che in Libia sarebbe impossibile portare avanti l’attività sportiva data l’instabilità politica e sociale e la quasi totale assenza di piscine per allenarsi. Inoltre il budget della Federazione libica di nuoto è estremamente limitato. A tal punto che i costi di Hagul li coprono i suoi genitori e uno sponsor, con l’aggiunta di quasi 7mila euro raccolti grazie a una campagna di crowdfunding online.

Hagul vuole cambiare come vengono percepite le donne in una società conservatrice come quella libica. Gareggiare ai Giochi olimpici “è un onore e un privilegio e non vedo l’ora di portare orgoglio la mio paese”, ha dichiarato.

 

Im Dong-hyun

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Im Dong-hyun © Paul Gilham/Getty Images

Nonostante la disabilità, Im Dong-hyun è quasi cieco, l’arciere sudcoreano è un campione olimpionico che vanta due medaglie d’oro, una vinta alle Olimpiadi di Atene e l’altra a quelle di Pechino, e una di bronzo vinta a quelle di Londra. Ai Giochi olimpici del 2012 nella capitale britannica stabilì anche un record mondiale battendo quello che deteneva precedentemente.

Non indossa occhiali anche se dall’occhio sinistro, quello da cui vede meno bene, ha una visione dieci volte minore rispetto a quella ottimale. “Quando guardo il bersaglio non vedo bene i contorni e i colori sono sfocati”, così descrive la sua acutezza visiva.

Non per questo si ritiene svantaggiato. “Non uso un bastone, non ho un cane guida, trovo spiacevole che le persone mi considerino disabile. Tutta questa attenzione nei confronti della mia cecità non mi piace”.

 

Eric Moussambani

Soprannominato “l’anguilla”, alle Olimpiadi di Sydney nel 2000 Eric Moussambani divenne il primo nuotatore della Guinea Equatoriale a competere a livello internazionale nei 100 metri stile libero. Cominciò ad allenarsi soltanto otto mesi prima, in condizioni tutt’altro che favorevoli. “Non avevamo una piscina. Mi sono allenato nella piscina di un albergo che penso non superasse i 13 metri in lunghezza”, contro i 50 di una piscina olimpionica. “Potevo allenarmi per sole tre ore a settimana”.

Quando, ventiduenne, arrivò il suo momento a Sydney (era la prima volta che lasciava il suo Paese), successe qualcosa di straordinario. Gli altri due nuotatori della sua manche vennero squalificati per false partenze, lasciando Moussambani solo in piscina. Non abituato allo sforzo fisico dei 100 metri, in molti credettero che non ce l’avrebbe fatta a completare la gara. Invece, con un tempo di 1 minuto e 52 secondi ci riuscì (contro i 48 secondi del vincitore della finale), fiero del suo risultato.

Ricevette l’ovazione del pubblico e l’ammirazione di milioni di telespettatori e dei media di tutto il mondo. Ma, soprattutto, da allora divenne grande promotore del suo sport in Guinea Equatoriale, che ora vanta due piscine olimpioniche, assumendo il ruolo di allenatore della squadra nazionale.

 

Abebe Bikila

Il maratoneta etiope Abebe Bikila trionfò alle Olimpiadi di Roma del 1960, a cui non avrebbe neanche dovuto partecipare se non fosse che il suo compagno di squadra si ammalò. Essendosi portato solo un paio di scarpe da corsa in Italia, quando arrivò il giorno della gara decise di correre a piedi nudi perché si erano troppo consumate. Riuscì comunque a vincere, conquistando anche il record mondiale, completando la gara in due ore e 15 minuti.

Vinse nuovamente alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 nonostante il fatto che era stato operato per appendicite solo sei settimane prima. Quattro anni dopo, un incidente lo confinò alla sedia a rotelle senza impedirgli però di vincere una gara di slittino in Norvegia nel 1970. Morì nel 1973. Nel 2010 gli venne dedicata la maratona di Roma, a cinquant’anni dal suo trionfo ai Giochi olimpici ospitati dalla città.

 

Alice Coachman

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Alice Coachman sul podio © Bettmann/Getty Images

Era il 1948 e Alice Coachman era donna e nera. Fu l’unica donna statunitense a vincere una medaglia d’oro in atletica alle Olimpiadi di Londra e, soprattutto, divenne la prima donna nera della storia a vincere l’oro olimpico.

Cresciuta nello stato segregato della Georgia, non le era permesso allenarsi nelle strutture sportive né partecipare a gare organizzate perché non bianca. Correndo a piedi nudi su strade sterrate e costruendosi salti in alto con materiali improvvisati, si qualificò ai Giochi, dove guadagnò il primo posto saltando 1,68 metri.

Non tornò a compete a livello olimpico ma il suo impegno per lo sport lo portò avanti creando una fondazione, la Alice Coachman track and field foundation, per sostenere giovani atleti e olimpionici in pensione. Non solo una delle grandi storie olimpiche, ma di conquista per i diritti di chi, nonostante i svantaggi e le difficoltà, è riuscito a sfidare le aspettative del mondo intero.

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