Acqua

Abusata, imprigionata, sporcata: l’acqua

Sfruttata fino all’abuso in agricoltura, imprigionata dalle grandi dighe, sporcata dall’inquinamento. E’ la situazione dell’acqua sul nostro pianeta. L’Onu promuove per questo la Giornata mondiale dell’acqua.

Coltivare i campi. “Nel complesso, l’agricoltura
figura in cima alle minacce più gravi per l’acqua dolce” si
legge nelle conclusioni della ricerca ambientale prodotta dal
Global International Waters Assessment (Studio globale sulle acque
internazionali, un istituto delle Nazioni Unite che annovera 1.500
esperti da ogni angolo del globo). E il problema è destinato
a peggiorare, fino al 2020 (anno in cui si ferma la
previsione).

“Stiamo sfruttando troppo intensamente le nostre risorse d’acqua
dolce, soprattutto per irrigare zone dove non si riesce a coltivare
in modo razionale perché l’evaporazione è eccessiva”,
spiega il professor Gotthilf Hempel, biologo marino
dell’università di Kiel, in Germania, principale
coordinatore della ricerca. E se le risorse idriche dovessero
diminuire ancora, il futuro potrebbe riservarci un mondo in cui i

conflitti per l’acqua
prende il sopravvento su tutti
gli altri. Secondo Hempel, “a lungo termine la lotta per l’acqua
sarà più drammatica di quella per il petrolio. Per il
petrolio ci sono dei sostituti, ma per l’acqua non ce ne sono”.

Pozzi più profondi e costruzione di
nuove dighe
non sono la risposta giusta: la grande
diga sul Volga ha ridotto il territorio dove depongono le uova gli
storioni del Caspio, in Namibia il grande canale irriguo che
fornisce acqua alle terre orientali del Paese (Eastern National
Water Carrier) costituisce un enorme spreco, perché
l’evaporazione si prende il 90% dell’acqua prima che arrivi a
destinazione. In Africa i conflitti fra pastori e agricoltori sono
sempre stati soprattutto una lotta per l’acqua. Ma non è
solo questione di uso razionale. Parte del problema, secondo lo
studio, riguarda anche le abitudini alimentari, che soprattutto nei
Paesi più ricchi si orienta sempre più su prodotti
che richiedono più acqua di altri, “come
la carne rispetto alle verdure
o la frutta rispetto ai
cereali”, conclude Hempel.

Il rapporto dell’Onu presentato a Oslo suggerisce anche qualche
rimedio. Perfezionare la pianificazione agricola, piantare le
colture in regioni che richiedano minore irrigazione:
un’agricoltura sostenibile
, con piante e
varietà locali, meno esose d’acqua, più adatte ai
climi e ai terreni locali.

Fare elettricità.
Per ottenere il 20% dell’elettricità globale e il 10% della
produzione mondiale di cibo e fibre, bloccano il 60% dei grandi
sistemi fluviali nel mondo, con costi sociali e ambientali
devastanti…

Un dossier presentato oggi da Legambiente dice che sono 50.000 le
grandi dighe nel mondo (quelle alte più di 15 metri) e sono
concentrate per il 67% in Cina, Turchia, Iran e Giappone. A causa
di queste dighe, tra i 40 e gli 80 milioni di persone sono state
costrette all’esodo forzato, oltre 35milioni solo in India.
Praticamente una nazione più vasta dell’Italia è
stata evacuata e distrutta; anzi, sommersa. La soluzione per
ottenere energia idroelettrica non è quella delle grandi
dighe, ma la costruzione di “mini-idro”, piccole turbine collocate
ai margini dei fiumi che restano liberi di scorrere.

Far rivivere i fiumi. E a proposito di fiumi,
torniamo in Italia, dove il Wwf ci segnala che per almeno 10 fiumi
italiani la gestione potrebbe essere migliorata, per difenderli
dall’inquinamento e dalla cementificazione.

Il Po, già provato dall’impatto di
città e attività industriali del Nord Italia, che si
vuole devastare definitivamente rilanciando conche di navigazioni e
opere analoghe inutili; il Lambro tra i fiumi più
compromessi d’Italia, il Piave martoriato da captazioni e
sbarramenti.

Il Maira in Piemonte e il Pontebbana in Friuli
Venezia Giulia che si vogliono canalizzare, in contrasto con tutte
i più avanzati studi in materia di gestione delle acque, o
l’Ayasse in Valle d’Aosta a rischio di interruzione per costruire
una centralina idroelettrica.

Il Taro in Emilia Romagna, il Tordino in Abruzzo e il
Sele in Campania accomunati dalla minaccia di progetti
infrastrutturali di forte impatto senza aver valutato le
alternative esistenti; il Cecina in Toscana oramai senz’acqua per
le sproporzionate captazioni per l’agricoltura e l’industria.

Infine, il caso del Tagliamento, fiume di riferimento
a livello mondiale, oggetto di studio e di paragone con il
Missouri, il Rodano, il Reno perché presenta ancora le
dinamiche naturali oramai scomparse nei grandi fiumi dell’Europa
occidentale e degli Stati Uniti.

Un fiume studiato dalle maggiori università
mondiali per l’immenso valore naturale che rappresenta, ma che si
vorrebbe artificializzare, proprio nelle aree a maggior pregio
ambientale, per un progetto in aperto contrasto con la normativa
europea e messo fortemente in dubbio nella sua efficacia da
accreditati studi tecnici.

Presentando i 10 casi di malagestione in Italia, il presidente
Fulco Pratesi ha concluso: “Ci siamo scordati cosa significa il
buon rapporto con i fiumi. Da nord a Sud sono decine le situazioni
di grave crisi, con fiumi minacciati da inquinamento,
cementificazione, canalizzazioni. E la cosa più grave
è che la Direttiva Quadro Acque obbliga anche l’Italia al
non deterioramento dei corpi idrici mentre si continua imperterriti
ad alterare irrimediabilmente i nostri ambienti acquatici.”

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