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Un recente studio italiano pubblicato su una rivista di prestigio internazionale, “Ecology Letters”, evidenzia come i primati siano capaci di gesti spinti dalla reciprocità. In una parola: altruismo.
Dopo una storia di superbia che dura da secoli e secoli, uno dopo l’altro i grandi studiosi si sono messi lì tutti a smontare le più esclusive peculiarità umane.
Konrad Lorenz ha riscontrato in noi le stesse matrici comportamentali degli altri esseri viventi, a partire dalle taccole, e per questo ha vinto un Nobel.
Jane Goodall in Gabon s’è accorta che gli scimpanzé sono “l’ombra dell’uomo”. Dian Fossey che i gorilla usano strumenti.
Amotz e Avishag Zahavi scoprono che i nostri raffinatissimi trucchi di seduzione e corteggiamento rispecchiano quelli di molti altri animali, dagli uccelli agli anfibi. Jeffrey Masson svela l’universo emotivo degli elefanti (che piangono, e non solo) e di tutto il mondo animale. Danilo Mainardi scrive libri sull’intelligenza di corvi e pipistrelli. E via via giù una cascata di ricercatori a dirci che tra le bestie vigono linguaggi e perfino dialetti, che attuano trasmissioni che si possono definire “culturali”, che alcuni si riconoscono allo specchio (coscienza di sé), che i cetacei mamma danno lezioni ai loro piccoli, che i polipi hanno una memoria formidabile e sanno fare le imitazioni e infine che i delfini s’accapigliano accanto alla schiuma di prua delle navi solo perché… “è piacevole” (il gioco non finalizzato è un altro atteggiamento che ritenevamo esclusivo).
Disintegrata la nostra unicità su comportamenti sociali, uso di strumenti, emozioni, sessualità, linguaggio, coscienza, educazione e attività ludiche, ci rimangono ben poche peculiarità.
Tra cui l’altruismo, segno di nobiltà d’animo.
Macché. I ricercatori del Cnr ci sottraggono anche questo. Un recente studio italiano pubblicato su una rivista di prestigio internazionale, “Ecology Letters”, evidenzia come i primati siano capaci di gesti spinti dalla reciprocità e non solo dalla parentela – ennesima caratteristica che si riteneva pressoché esclusiva dell’uomo.
La ricerca s’è svolta in collaborazione tra Istc-Cnr e università di Liverpool. Gabriele Schino, associato
all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) di Roma, e Filippo Aureli, della Liverpool John Moores University, hanno applicato tecniche statistiche di analisi a dati provenienti da 25 gruppi sociali di scimmie appartenenti a 14 specie diverse tra cui macachi, cebi, scimpanzè. Centinaia di individui. Il comportamento in oggetto è stato il “grooming”, cioè il lisciarsi il pelo reciprocamente. Il pettinarsi.
“Abbiamo constatato che i primati hanno maggiore propensione al grooming verso chi li aveva precedentemente ‘pettinati’, indipendentemente dal grado di parentela”, spiega Schino. Ovvero, “l’uomo non è affatto l’unica specie in grado di ricambiare i favori ricevuti: la reciprocità ha un ruolo nella costruzione dei comportamenti altruistici maggiore di quanto si creda. La nostra ricerca suggerisce che l’altruismo dipenda da un sistema di ‘conteggio’ delle emozioni positive associate alla
ricezione di un favore”.
L’altruismo reciproco – spiega la nota del Cnr – è anche comunemente ricondotto alla capacità di pianificare le proprie azioni a lungo termine (“io faccio un favore a te perché tu poi faccia un favore a me”) e di “tenere i conti” dei favori fatti e ricevuti. “Poiché si tratta di abilità complesse – conclude Schino – si è sempre ritenuto che nei primati questo comportamento fosse raro o impossibile”. Invece no.
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