Diritti umani

Auto elettriche e diritti umani, la sfida di Amnesty International: “Batterie pulite entro 5 anni”

L’organizzazione non governativa chiede all’industria batterie pulite per le auto elettriche: rispettose dei diritti umani e sostenibili nella produzione

Amnesty International chiede, anzi lancia la sfida all’industria dell’auto affinché, entro 5 anni, riesca a trovare il modo di produrre le batterie per i veicoli elettrici in modo sostenibile. Due, principalmente, le criticità messe in luce dall’organizzazione internazionale non governativa che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo: diritti umani, appunto, e sostenibilità ambientale. L’appello è stato lanciato lo scorso mese di marzo a Oslo, dove si è tenuto il Nordic Electric Vehicle (EV) Summit , incontro annuale sulle auto elettriche e, più in generale, sulla mobilità a zero emissioni. Produzione, quindi, senza dimenticare però che anche lo smaltimento e il riciclo degli accumulatori sono due temi di fondamentale importanza. A proposito di riciclo, ottime notizie sono arrivate di recente dagli Stati Uniti e dall’Italia.  

batterie al litio
Le batterie costituiscono uno dei fattori di spesa più rilevanti nella produzione delle auto elettriche

“Le risorse e le competenze non mancano”

Partendo dalla prima, ecco le parole di Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International: “Le auto elettriche rappresentano un asset fondamentale per cercare di risolvere i problemi ambientali; non si può però non pensare di mettere fine una volta per tutte al mancato rispetto dei diritti umani perpetrato nel processo produttivo delle batterie, perché altrimenti il beneficio ambientale rimarrà sempre parziale, ’contaminato’”. Naidoo ha poi aggiunto: “L’industria che governa il mercato dell’auto dispone sia delle risorse sia delle capacità necessarie alla ricerca e alla creazione di soluzioni energetiche davvero sostenibili ed etiche. Per questo, noi la sfidiamo a tornare l’anno prossimo qui a Oslo con delle prove concrete di progresso in tal senso”.

Diritti violati

Quando parla di diritti violati, Naidoo si riferisce in particolare alle condizioni di lavoro riscontrate nel comparto dell’estrazione dei minerali necessari alla produzione delle batterie al litio per le auto elettriche. Un Paese su tutti: la Repubblica Democratica del Congo. Qui, in base a un rapporto del 2016, adulti e bambini lavorano a mani nude (o poco più) in miniera, con tutto quello che si può facilmente immaginare in termini di rischi per la salute. A ciò si aggiunge il tasso di incidenti sul lavoro, altissimo, e spesso con esiti tragici, a causa del mancato rispetto delle minime norme di sicurezza.

Auto elettriche, un contributo importante

Se il problema è grande oggi, immaginate cosa potrà succedere da qui al 2030, quando il numero di auto elettriche nel mondo potrebbe toccare – secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia – il numero di 220 milioni, contro i 3 del 2017, come riportato nel report della stessa IEA del 2018.

batterie al litio_Nissan Leaf

La questione della sostenibilità

Non “solo” rispetto dei diritti umani: Amnesty International ha posto l’accento anche su un altro aspetto molto importante, ovvero il processo di produzione degli accumulatori, che dev’essere rigoroso. I motivi sono due, principalmente: le industrie che le producono (in Cina, Sud Corea e Giappone, soprattutto) hanno una carbon footprint (stima delle emissioni di CO2) molto elevata; secondo, la ricerca di minerali come manganese, cobalto e litio in profondità nei mari mette a repentaglio la biodiversità. Aspetti che non si possono trascurare, se si vuole davvero che le auto elettriche facciano il bene del nostro pianeta. In tutto questo, Amnesty non manca di ricordare che la produzione di elettricità deve derivare da fonti rinnovabili e che anche il destino delle batterie dopo il loro utilizzo dev’essere responsabile; e qui non solo si torna alla questione citata all’inizio, quella del riciclo, ma anche allo smaltimento a regola d’arte.

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