Brasile, nella foresta atlantica è nato il primo tapiro da oltre un secolo

La specie è stata reintrodotta nella foresta atlantica del Brasile, l’ecosistema più a rischio del Paese, ed è di fondamentale importanza per la ripresa della foresta.

Il tapiro è una specie chiave, ovvero una di quelle specie fondamentali per l’ecosistema e dalla cui presenza dipende quella di molte altre. Queste creature dall’aspetto buffo e bizzarro, ultimi rappresentanti dell’antico ordine degli perissodattili, sono dunque in grado di plasmare, letteralmente, l’ambiente che abitano. I tapiri ingoiano i semi della frutta, coprono grandi distanze, attraversano habitat differenti e defecano lungo i loro percorsi, disperdendo i semi e favorendo la creazione di un flusso genetico vegetale tra gli habitat, in particolare quelli più degradati, come ha dimostrato uno studio dello scorso anno.

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La loro presenza è dunque estremamente importante, sia per garantire il mantenimento della biodiversità vegetale e animale, che per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, garantendo la sopravvivenza dei grandi alberi (i cui semi possono essere dispersi solo da grandi animali) in grado di immagazzinare maggiori quantità di carbonio. Per queste ragioni la nascita del primo esemplare di tapiro del Sudamerica (Tapirus terrestris) da oltre un secolo nella foresta atlantica del Brasile, uno degli ecosistemi più degradati della nazione, è stata accolta con gioia e soddisfazione.

Esemplare di tapiro in cerca di cibo
I tapiri possono superare i 300 chili di peso e sono i più grandi mammiferi terrestri in Brasile. Nel tempo queste grandi creature hanno subito drastici cali delle popolazioni a causa della caccia e della perdita di habitat, questo significa che se si dovessero estinguere, le specie di albero più imponenti e a maggiore densità legnosa sarebbero sostituite da specie più piccole, che hanno semi che possono essere ingeriti da un maggior numero di animali, ma che immagazzinano meno carbonio © Ingimage

Il primo “nuovo” tapiro della foresta atlantica

Il cucciolo, ripreso da una fototrappola, è stato avvistato nella riserva ecologica di Guapiaçu, nella foresta atlantica, nei pressi di Rio de Janeiro. La nascita risalirebbe a gennaio e certifica la bontà del programma di reintroduzione della specie avviato otto anni fa. I cuccioli potrebbero presto diventare due, le immagini mostrano infatti anche una femmina di tapiro che sembra essere incinta.

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Lasciate che i tapiri tornino alle foreste

Dal 2017 sette tapiri allevati in cattività, quattro maschi e tre femmine, sono stati reintrodotti nella foresta nell’ambito del programma Refauna, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto federale per l’Istruzione, la scienza e la tecnologia di Rio de Janeiro. “L’intero team è molto felice – ha affermato Maron Galliez, professore di biologia alla guida del programma -. Ora sappiamo che il progetto si sta muovendo nella giusta direzione”.

Giovane esemplare di tapiro ai margini di una foresta in Brasile
Lo studio, chiamato Lowland tapirs facilitate seed dispersal in degraded Amazonian forests e condotto nello stato del Mato Grosso, ha scoperto che il tapiro del Sudamerica (Tapirus terrestris) trascorre più tempo nelle aree più danneggiate che nelle foreste relativamente intatte. Di conseguenza, i tapiri, che mangiano enormi quantità di frutta, lasciano più semi in queste aree degradate, favorendone il ripristino in modo più efficace ed economico dei convenzionali progetti di riforestazione © Allan Hopkins/Flickr

Tapiri come lupi e castori

Per indicare i numerosi effetti positivi generati dal ritorno dei tapiri, la cui presenza è destinata ad accelerare il ripristino di un habitat naturale degradato, il Guardian ha utilizzato il calzante paragone con i lupi di Yellowstone e i castori nel Regno Unito.

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La reintroduzione dei lupi nel parco di Yellowstone, avvenuta nel 1995, cambiò infatti radicalmente l’aspetto dell’ambiente e della geografia fisica, favorendo, tra le altre cose, il decremento delle popolazioni di cervi e il conseguente aumento della vegetazione, con una serie di effetti positivi a cascata su tutto l’ecosistema. Un analogo rapido e fantastico ripristino ambientale sta accadendo ora nel Regno Unito, dove, dopo secoli di assenza è tornato il castoro. Questi grandi roditori, grazie alle loro abilità ingegneristiche, hanno un impatto positivo sulla vegetazione, su numerose specie di fauna selvatica e sulla qualità dell’acqua, e sono perfino in grado di ridurre il rischio di alluvioni.

In soccorso di una foresta degradata

Allo stesso modo il ritorno dei tapiri può favorire il restauro della foresta atlantica, sconfinata area boscosa che un tempo si estendeva per oltre un milione di chilometri quadrati lungo la costa orientale di Brasile e Argentina. La foresta è stata costantemente depauperata e frammentata dalla deforestazione e dall’espansione dei centri urbani, che ne hanno ridotto drasticamente l’estensione.

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Nonostante l’impoverimento, questo ecosistema riveste ancora oggi un’importanza globale, in virtù della sua capacità di sequestrare grandi quantità di carbonio e di ospitare una grande varietà di specie selvatiche, tra cui il giaguaro, la cui popolazione è finalmente in crescita. A queste potrebbe aggiungersi, in pianta stabile, il tapiro, completamente assente dallo stato di Rio de Janeiro dal 2014. “La nascita di un tapiro in natura indica la formazione di una popolazione nello stato – ha spiegato Galliez -. Questo è essenziale per ripristinare il corretto funzionamento dell’ecosistema”.

Foresta pluviale del Brasile
Nella foresta pluviale atlantica del Brasile, secondo uno studio del 2015, il 95 per cento degli alberi si affida agli animali per la dispersione dei semi © A. Duarte/Flickr

Un primo passo, ma occorrono altri sforzi

I tapiri sono dunque i giardinieri migliori che la foresta atlantica possa desiderare, efficienti ed economici, in grado di disperdere una grande varietà di semi, provenienti da oltre venti diverse specie di piante, e anche di potare rami e foglie. Il loro numero, avvertono i ricercatori, è però ancora estremamente basso e serviranno ulteriori sforzi per incrementarne la popolazione e proteggere il loro habitat dalla pressione esercitata, in particolare, dall’industria agroalimentare.

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