Busking is not a crime

Nasce The Busking Project, una rete sociale che parte dal web con l’intento di promuovere la musica di strada e difendere i buskers di tutto il mondo. E Milano si scopre una delle migliori città al mondo per gli artisti di strada.

La storia di Nick Broad, fondatore di The Busking Project, sembra la sceneggiatura di un  film indipendente americano. Nel 2004 Nick si trasferisce a vivere con la nonna novantenne e un violinista cinese che per diciotto anni aveva svolto la sua attività di musicista esclusivamente nella metropolitana di Manhattan. La storia di Chen Cong è di grande ispirazione per Nick, che decide di aprire un blog (Undercover New York) dove poter parlare dell’incredibile talento dei musicisti che si trovavano per le strade della sua città.

 

Poi, all’inizio del 2010, la nonna di Nick muore, lui perde il lavoro presso la televisione pubblica americana e la sua vita sembra precipitare di colpo in un vortice di eventi negativi. Senza più una casa dove stare, senza più un lavoro e in possesso solo di una laurea di serie B a carattere generale, durante una cena Nick si sfoga con il suo amico Chris Smith e gli propone l’idea di un progetto ambizioso in giro per il mondo.

 

Il giorno dopo Chris è già pronto a partire e subito i due si lanciano nella storia: girare un film documentario che racconti le vite e le motivazioni che spingono gli artisti di tutto il mondo ad esibirsi per le strade, nonché fondare una vera e propria rete sociale sul web per rendere pubblico l’amore che migliaia di artisti di strada hanno per la musica. Così Chris e Nick stilano una lista di quelle che pensano possano essere le migliori strade dove suonare, la riducono a quelle che possono raggiungere via terra (circa quaranta città nei cinque continenti) e il 9 marzo 2011, dopo aver raccolto diversi fondi anche grazie al crowdfounding, partono completamente impreparati ma con tanto spirito di esplorazione e  voglia di scoprire.

 

 

Con l’aiuto gratuito di centinaia di volontari, da registi a traduttori, ospiti, editori e anche cuochi improvvisati, hanno conosciuto una media di un busker al giorno per trecento giorni , hanno scattato 47.000 foto e registrato oltre un centinaio di cortometraggi (ora disponibili sul loro canale YouTube).

I due protagonisti della nostra storia ora stanno lentamente ma inesorabilmente assemblando le immagini per portare a termine il loro film, ma la loro rete di artisti è già ben rodata e continua a crescere: è stata d’aiuto per avviare due festival musicali, ha contribuito a difendere artisti di strada in svariate situazioni fornendo loro supporto legale e continua a intrattenere centinaia di persone che giornalmente visitano il sito www.thebuskingproject.com.

 

The Busking Project si sta anche impegnando a condurre svariate ricerche sulla cultura dell’arte di strada, arrivando ad alcune conclusioni prevedibili e ad altre invece inaspettate: per esempio, è facile da dedurre che aumentando le restrizioni si riduce la qualità dell’arte, mentre agevolare gli artisti di strada ne aumenta la qualità. D’altronde ci sono esempi eccellenti  di musicisti buskers prima di diventare famosi (come Damien Rice o Glen Hansard).

Ma forse, scoprire che la propria città è fra le prime tre migliori città al mondo per l’arte di strada non è così scontato, considerando che fino a due anni fa suonare o esibirsi in centro a Milano era addirittura proibito.

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