Cambridge Analytica, M.I.A. contro Facebook e Instagram

Da sempre critica verso la new economy, anche nei testi profetici delle sue canzoni, M.I.A. risponde alle accuse di paranoia dopo il caso Cambridge Analytica e rilancia contro i social network.

Combattiva come può esserlo solo la figlia di un rivoluzionario Tamil, la cantante e attivista M.I.A.  torna alla carica contro Internet e i social network dopo lo scandalo Cambridge Analytica. La vicenda della società di consulenza, che avrebbe usato in modo improprio i dati di 50 milioni di utenti Facebook senza il loro consenso, vendendoli alla politica e favorendo le campagne di Trump e Brexit, ha spinto la “tigre” britannica a twittare sul lato oscuro di Facebook e Instagram.

Da WikiLeaks a Cambridge Analytica, M.I.A. sempre più anti-social

“È bello quando alla fine della giornata risulti quella intelligente, non una pazza paranoica”, scrive linkando un’intervista del Guardian a Christopher Wylie, l’informatore del caso Cambridge Analytica. Accusata per anni di essere una persona narcisista, paranoica e complottista, M.I.A. rivendica di nuovo – dopo il dossier WikiLeaks di Julian Assange nel 2010 e i programmi di sorveglianza di massa della NSA rivelati da Edward Snowden nel 2013 – i propri sospetti e presagi descritti nei suoi testi. Fin dal brano The Message, traccia di apertura del suo terzo e omonimo disco del 2010, Maya ammoniva: “iPhone connesso a Internet / Connesso a Google / Collegato al governo”.

Già allora, durante la registrazione dell’album, la rapper sembrava volerci allertare sulla raccolta di notizie e dati da parte dei media di informazione e di Google, sottolineando la necessità di fonti alternative. In un’intervista alla rivista Nylon nel corso dello stesso anno, Maya Arulpragasam disse che Google e Facebook sono stati sviluppati dalla CIA e quanto sia importante essere consapevoli che dietro queste società online ci sono persone intente a “fregarci” in termini di protezione delle informazioni personali. “I governi possono modificare i motori di ricerca in modo che esca solo quello che loro vogliono farci vedere”, dichiarò, aggiungendo che gli utenti su Internet sono troppo ottimisti.

M.I.A. alla 68ma Berlinale per il documentario su di lei Matangi/Maya/M.I.A. premiato dalla critica
M.I.A. alla conferenza stampa del documentario Matangi/Maya/M.I.A. alla Berlinale 2018 © Pascal Le Segretain/Getty Images

Anche a gennaio, prima della questione Cambridge Analytica, M.I.A. ha twittato: “I miei social media sono stati congelati dall’anno scorso, eppure vogliono farci supportare una guerra all’Iran perché lì Instagram è bloccato da dittatori malvagi. Facebook dice che sta eliminando account come indicato dai governi USA e di Israele”.

Nei giorni scorsi, la popstar 42enne ha richiamato in causa Instagram con un commento in cui dice che la piattaforma (acquistata da Facebook nel 2012, ndr) ha limitato il numero dei suoi follower, fermo a 869mila da un anno. Ha condiviso un’immagine con la scritta “MARK ZUCKX” aggiungendo, nella didascalia, che “Instagram è come FAKEBOOK. Vogliono farvi sapere che la mia presenza sui social media è debole ma hanno prodotto il concetto di ciò che è debole e ciò che è forte. Ora guardate cosa fa questo giochetto. Insicurezza, gelosia, invidia, rivalità, avidità. Diamoci una mossa. L’oscurità genera oscurità”.

#DeleteFacebook: M.I.A. condivide la campagna, i Massive Attack si tolgono da Facebook

In un altro tweet M.I.A. si domanda cosa sia una comunità oggi, come ci si connetta, quanto sia facile la manipolazione, condividendo l’hashtag #DeleteFacebook, diventato nel frattempo trending su Twitter. Al commento di un follower sul perché allora lei continui a usarlo se pensa che le stiano facendo un torto, risponde con ironia: “Sai che posso resistere a questo tenero scherzo! A volte devi farti fregare, perché la lezione è più grande”.

Mentre la protagonista del documentario MATANGI / MAYA / M.I.A. premiato all’ultimo Sundance festival si difende e contrattacca a parole, artisti, celebrità e grandi aziende passano ai fatti. Elon Musk ha cancellato in un batter d’occhio le pagine ufficiali – e con loro milioni di fan – di Tesla e SpaceX. Playboy e Cher hanno seguito l’esempio a pochi giorni di distanza. I Massive Attack (e quindi anche Banksy?) hanno rimosso temporaneamente la propria pagina ufficiale di Facebook, anche loro motivando l’azione di protesta su Twitter:

“Considerata la mancanza di attenzione per la privacy, la mancanza di trasparenza e di responsabilità, i Massive Attack lasciano provvisoriamente Facebook. Ci auguriamo che cambino le loro politiche riguardo a questi problemi”. Campagne di protesta, crolli in borsa e altri scandali che emergono ogni giorno, per non parlare di una nuova bolla tecnologica all’orizzonte. Che sia davvero l’inizio della fine del giocattolo di Zuckerberg?

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