Diritti umani

In Camerun i cacciatori di trofei sottraggono agli indigeni le loro terre

Survival International ha denunciato soprusi e torture ai danni dei pigmei Baka da parte di un’agenzia che organizza safari di caccia all’elefante.

Violare diritti umani e uccidere animali a rischio di estinzione. La deprecabile “impresa” sarebbe riuscita ad un’agenzia che organizza safari di caccia all’elefante, di comproprietà del miliardario francese Benjamin de Rothschild. L’agenzia offre la possibilità, per la modica somma di 55mila euro, di uccidere un elefante di foresta africano (Loxodonta cyclotis), questa specie, evolutasi per vivere nelle foreste tropicali, è estremamente minacciata ed è caratterizzata da uno dei tassi riproduttivi più lenti tra i mammiferi.

I Baka sono cacciatori-raccoglitori nella foresta pluviale dell’Africa centrale
I Baka usano la foresta camerunese per procurarsi cibo, medicine e per svolgere rituali religiosi. Oggi, però, ne sono esclusi con la forza.
© Selcen Kucukustel/Atlas

I Baka cacciati dalle loro terre ancestrali

Survival International, organizzazione che si batte per i diritti dei popoli indigeni, sostiene che l’agenzia di safari sia responsabile di violenze e soprusi perpetrati ai danni delle popolazioni locali, come i “pigmei” Baka. I cacciatori di elefanti operano infatti in due “aree protette” del Camerun, affittate a Benjamin de Rothschild, terre in cui i Baka vivono da generazioni. Questa tribù di cacciatori-raccoglitori abita nella foresta pluviale dell’Africa centrale da millenni ma ora rischia di venirne estromessa, a causa dei cacciatori di trofei, in violazione della legge internazionale.

Pestaggi e intimidazioni ai danni dei nativi

L’area in questione, riporta Survival International, è ora presidiata da guardie armate e ai Baka è stato proibito accedervi per cacciare, raccogliere piante o visitare i siti religiosi. Se dovessero essere scoperti le guardie hanno l’ordine di sparare a vista. Lo scorso anno tre accampamenti dei Baka sono stati bruciati dai guardaparco e dai dipendenti dell’agenzia di safari e alcuni membri della tribù, sopresi a cacciare nella foresta, sono stati picchiati dalla polizia locale, dai soldati e dai guardaparco. “Quando quelli dell’agenzia per la caccia di trofei ci sorprendono qui, bruciano gli accampamenti, ci picchiano, ci cercano, ci lanciano contro i cani e ci puntano le pistole” ha raccontato un membro della comunità Baka alla ong britannica.

Il silenzio del Wwf

Benjamin de Rothschild non ha ancora commentato le accuse e lo stesso assordante silenzio è pervenuto dal Wwf. L’organizzazione ambientalista è molto radicata in Camerun e l’area della discordia, contesa dai nativi e dai cacciatori di trofei, fa parte di uno dei suoi importanti “territori di conservazione”. La posizione del Wwf è resa ancora più ambigua da una fotografia che ritrae Peter Flack, membro del consiglio del Wwf, in posa con fucile in mano e mimetica davanti ad un elefante di foresta abbattuto. Survival International denuncia la disparità di trattamento che il Wwf riserva ai cacciatori nativi, che uccidono per sopravvivere, e ai ricchi cacciatori occidentali. “In tutta l’Africa i collezionisti di trofei sono benvenuti in quelle stesse aree da cui i cacciatori indigeni vengono sfrattati illegalmente e subiscono brutali violenze perché cacciano per nutrire le loro famiglie – accusa Stephen Corry, direttore generale di Survival International. – La nostra organizzazione è in prima linea nella lotta contro questi abusi, i conservazionisti devono rispettare i diritti umani esattamente come dovrebbe farlo chiunque altro”.

Costruzione di una capanna
Una donna baka costruisce una nuova capanna con rami e foglie.
©Selcen Kucukustel/Atlas

Wwf complice dei soprusi?

Lo scorso febbraio Survival International ha presentato contro il Wwf un’istanza formale all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), accusando la ong ambientalista di essere coinvolta negli abusi violenti e nei furti di terra ai danni dei Baka. Il Wwf, dal canto suo, ha respinto le accuse rivendicando la propria esperienza virtuosa di collaborazione con le popolazioni locali. La conservazione delle specie animali e degli ecosistemi minacciati è un’attività imprescindibile, non può però danneggiare le popolazioni native, che di quegli ecosistemi fanno effettivamente parte e che rappresentano senza alcun dubbio i migliori custodi di quei luoghi.

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