Cooperazione internazionale

Perché servono i caschi blu della cultura

Se ne parla dallo scorso agosto: creare dei Caschi blu della cultura per intervenire a salvare il patrimonio mondiale in caso di guerra. Ecco come dovrebbero essere costituiti e a cosa servirebbero

Isis, terrorismo, attentati. Guerra, immigrazione, rifugiati. Siria. Per dirla in gergo giornalistico, alla Borsa mediterranea del turismo archeologico di Paestum, proprio a due passi dall’area dei templi, archeologi e direttori dei musei si sono dimostrati straordinariamente “sul pezzo”. Diverse conferenze si sono occupate del conflitto siriano e del ruolo di mediazione culturale delle missioni archeologiche all’estero, dibattendo inevitabilmente sulla recente proposta di creare un corpo di Caschi blu della cultura. Ma cosa sono, questi Caschi blu? Quali compiti avrebbero? Come dovrebbero agire? Servono?

 

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Minuto di silenzio per il direttore del sito archeologico di Palmira, Khaled al-Asaad, ucciso dall’Isis lo scorso agosto.

La proposta dei caschi blu

L’idea è stata lanciata a inizio agosto dal ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, che si trovava a Expo per la Conferenza internazionale dei ministri della cultura insieme ad altri 82 suoi colleghi provenienti da tutto il mondo. Nel corso dei mesi la proposta è rimbalzata tra gli organismi internazionali, è stata appoggiata da diversi Paesi (finora 53) e sostenuta da membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, finché la stessa Unesco a metà ottobre si è pronunciata a favore della creazione di un corpo apposito che possa intervenire in caso di necessità.

 

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Paestum, tempio di Cerere. Qui si svolge l’annuale Borsa mediterranea del turismo archeologico.

Cosa sono i Caschi blu della cultura

Nella visione dell’ente per il patrimonio mondiale, riportata da Mounir Bouchenaki, Consigliere speciale del direttore generale Unesco e direttore Arab regional centre for world heritage, si tratterebbe di distaccare un reparto di Caschi blu, già incaricati di mettere in sicurezza un territorio colpito dalla guerra, e formarlo con le competenze dei nostri Carabinieri.

 

Per chi conosce bene la questione in Italia, come Carmine Elefante, Comandante del nucleo Tutela patrimonio culturale di Napoli, si pone l’accento sulla formazione e trasmissione di competenze delle forze di polizia estere, dato che l’Arma si occupa di patrimonio culturale da ormai quarant’anni e ha la più grande banca dati del mondo di opere trafugate. Dell’intervento armato si parla solo se previsto da una risoluzione Onu. Come ha sottolineato Elefante: “Noi svolgiamo sia in Italia, sia all’estero, attività di indagine e di recupero di opere d’arte, non necessariamente appartenenti al nostro patrimonio e le restituiamo ai luoghi d’origine. Svolgiamo già adesso attività di supporto, addestramento e consulenza per le forze di polizia estere: questo può essere un primo fondamentale contributo per il nuovo corpo di Caschi blu. L’addestramento è finalizzato a condividere quelle che sono le nostre metodologie. L’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere un reparto speciale di un organismo di polizia dedicato al settore culturale, disponiamo della più grande banca dati al mondo di eventi con relative fotografie di beni culturali trafugati o interessati da fenomeni di reato. Tutte queste esperienze sono uniche a livello internazionale e noi siamo pronti a condividerle con gli altri Paesi del mondo per proteggerne l’identità”.

L’idea italiana, insomma, è più quella di condividere informazioni, non necessariamente di mandare in guerra le proprie truppe.

 

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Reperti recuperati

 

A cosa servono

Gli obiettivi sarebbero da un lato tagliare i finanziamenti che arrivano alle organizzazioni terroristiche grazie al mercato nero (per l’Isis questa è la terza fonte di reddito), recuperando le opere trafugate attraverso l’implementazione della banca dati e la sensibilizzazione (ad opera dell’Unesco) delle case d’asta che non sempre ricevono pezzi in maniera legale; dall’altro valutare la situazione e preparare un maxi-piano di restauro e ripristino delle opere d’arte distrutte. Nessuno vuole anteporre “le pietre alle vite perse”, ma la salute di quelle stesse pietre può contribuire, in uno scenario post-bellico, a far riprendere un popolo profondamente martoriato. Restituire il patrimonio culturale alle popolazioni colpite significa restituirne, almeno in parte, l’identità, oltre a favorirne, attraverso il turismo culturale, la ripresa economica. Tutte operazioni che possono andare di pari passo con la gestione della crisi umanitaria.

 

In copertina foto ©ilVelino

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