Cento anni di Dada in mostra a Brescia

Fino al 26 febbraio 2017 il Museo di Santa Giulia ripercorre le tappe salienti dell’avanguardia dadaista, focalizzando l’attenzione sui suoi rapporti col futurismo italiano.

Esistono fenomeni artistici così eclatanti e singolari da lasciare consistenti tracce di sé perfino nel nostro vocabolario: ancora oggi, ad un secolo dalla nascita del relativo movimento culturale, l’aggettivo “dadaista” continua spesso ad essere impiegato, anche in contesti del tutto extra-museali, come sinonimo di provocatorio, irriverente, stravagante ed intriso di nonsense.

Proprio in omaggio ad una delle stagioni più eccentriche della creatività europea, la città di Brescia accoglie fino al 26 febbraio 2017, al Museo di Santa Giulia, ex-monastero femminile benedettino di origine longobarda riconvertito in sede espositiva, la mostra “Dada 1916. La nascita dell’anti-arte”.

Una selezione di 270 opere ed oggetti originali che costituisce il principale filone della rassegna artistica “Brescia 1916-2016: Cento Anni di Avanguardie”, nell’ambito della quale è inclusa anche l’esposizione dedicata a “Il futurismo di Romolo Romani”.

Grazie ad una serie di interventi conservativi e di restauro compiuti appositamente per l’occasione, i musei bresciani sono in grado di fornire una vivace panoramica su quella rivoluzione dadaista di origine zurighese che viene qui osservata attraverso la particolare angolazione visuale dei suoi rapporti con l’arte italiana, e in special modo con l’avanguardia futurista.

Combattere l’arte con l’arte

Il dadaismo ha un’anima pluralista e proteiforme che non si lascia ricondurre ad una cifra stilistica unitaria, poiché abbraccia entro il proprio alveo una serie di voci e personalità artistiche estremamente variegate. “Non è tanto un movimento artistico, ma un fatto culturale a 360 gradi”, puntualizzano infatti i curatori della mostra Luigi Di Corato, Elena Di Raddo e Francesco Tedeschi.

Ma che si tratti dell’orinatoio/pissoir di Marcel Duchamp, dei cosiddetti “astrattismi mistici” di Julius Evola o di qualunque altro artista, le opere di ispirazione dadaista sono accomunate da un chiaro e programmatico orientamento polemico: si contestano le convenzioni borghesi, la guerra (poiché, diversamente dal futurismo, il dada ha una matrice antibellica contro le brutture del primo conflitto mondiale) ma soprattutto si aggredisce il concetto di arte, intesa come espressione di un gusto dominante e codificato.

 

Il dadaismo crea cioè una sorta di cortocircuito paradossale o autocontraddittorio tale per cui sono gli artisti stessi a perseguire l’obiettivo di combattere l’arte con l’arte, ovvero di contestarne i principi formali, l’aura di rispetto reverenziale che spesso l’accompagna, gli schemi, le mode, il passatismo, le rappresentazioni naturalistiche e perfino la stessa nozione di bellezza.

Pertanto il dadaismo appare caratterizzato da una tipica gioiosa insensatezza, da una volontà quasi infantile di indulgere nell’irrazionalismo, nel rifiuto della logica e nell’affrancamento da qualsiasi ambizione descrittiva o figurativa.

Lo stesso termine eponimo, “dada”, come dichiarò esplicitamente il poeta rumeno ideologo del movimento, Tristan Tzara, è una pura illusione linguistica, non significa nulla e riproduce le prime sillabe solitamente pronunciate dai bambini prima che imparino a parlare.

Il Cabaret Voltaire

Fra le attrattive dell’esposizione bresciana va inclusa anche la ricostruzione del luogo-simbolo del dadaismo, ovvero di quel Cabaret Voltaire che rappresentò la culla zurighese del movimento, fondata dal regista teatrale Hugo Ball e inaugurata il 5 febbraio 1916.

Fu proprio su questo palcoscenico, tuttora esistente, che i primi dadaisti (tra i cui ispiratori figurarono anche i futuristi italiani, col paroliberismo di Marinetti, Carrà e Cangiullo) diedero vita a serate memorabili di poesia, arte, performance e impegno politico, all’insegna del caos creativo, dell’anticonvenzionalismo più estremo e, non di rado, di autentiche risse tra pubblico ed artisti.

La mostra di Santa Giulia prevede appunto una serie di eventi culturali consistenti in letture, incontri ed appuntamenti imperniati per lo più sul cinema e sul teatro, ambiti privilegiati dell’audace sperimentalismo dadaista, così come lo intesero gli “inquilini” eccellenti del Cabaret, tra i quali Jean Arp, Paul Klee, Marcel Janco e numerosissimi altri.

 

Dada, Brescia, futurismo
L’ingresso del Cabaret Voltaire a Zurigo

Il futurismo di Romolo Romani

Per suggellare la pluralità di sintonie ed ispirazioni reciproche tra dadaismo e futurismo, i Civici Musei di Brescia hanno voluto affiancare alla rassegna principale una seconda mostra dal titolo “Sensazioni, figure, simboli” che propone al pubblico 60 opere del futurista Romolo Romani (1884-1916), milanese di nascita e bresciano di adozione, per commemorare il centenario della sua scomparsa.

Amico di Umberto Boccioni, nonché schierato tra i firmatari del primo manifesto futurista, Romani sviluppò una produzione artistica in cui coesistono elementi attinenti all’occultismo e al tema del paranormale ma anche inequivocabili spunti critici contro gli strascichi grotteschi della società borghese (quale emerge ad esempio dal suo bozzetto per il cartellone pubblicitario della Campari), a riprova di come la ribellione, il cambiamento e la tensione verso un mondo “altro” rappresentino il vero fil rouge che accomuna autori così diversi ma al tempo stesso affini.

 

 

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