Pronti per il futuro?

Perché i più grandi musicisti vendono i loro diritti sulle canzoni

Da Bob Dylan ai Beach Boys, una folta schiera di artisti leggendari sta cedendo i propri diritti sulle canzoni a editori musicali e società di investimento.

Numerosi artisti che hanno fatto la storia della musica rock e pop, come Bob Dylan, Neil Young, David Crosby, Stevie Nicks, Beach Boys Paul Simon, sono balzati alla cronaca degli ultimi mesi per aver ceduto in via definitiva i propri diritti sulle canzoni.

I motivi che stanno spingendo sempre più musicisti di fama mondiale a trasferire, in parte o per intero, i diritti patrimoniali a editori musicali, case discografiche, fondi e società di investimento, sono per lo più ignoti, segreti o di natura personale. Ma lasciano intendere dove sta andando il mercato musicale.

Perché mai dovrebbero rinunciare a guadagni certi, presenti e futuri, garantiti loro dai compensi sulla riproduzione, esecuzione, distribuzione e diffusione di brani di successo scritti di proprio pugno? Per ragioni economiche, pare ovvio, ma non solo. Il fatto che molti di essi si stiano muovendo adesso, in tempo di pandemia, ha spinto gli insider dell’industria musicale a tracciare alcune ipotesi.

Con la sua cessione da record dei diritti sulle canzoni Bob Dylan ha mostrato anche un lato pragmatico e fiuto per gli affari
Un altro lato di Bob Dylan © mtarvainen via Flickr

Come funzionano i diritti sulle canzoni

Per definizione, nel diritto d’autore una canzone è indissolubilmente legata a chi la compone, che dunque gode di diritti morali inalienabili a tutela della sua personalità (paternità, integrità, pubblicazione). Poi ci sono i diritti patrimoniali, che consentono al titolare della canzone di utilizzarla economicamente in ogni forma e modo. Questi ultimi possono essere ceduti o dati in licenza attraverso contratti discografici.

In genere la proprietà intellettuale di una canzone si divide tra chi la scrive e chi la registra. A volte le due figure coincidono, ma più spesso sono soggetti diversi. Sia l’autore, compositore o editore sia il proprietario della registrazione (artista o casa discografica) ricevono royalties, ovvero compensi in denaro, ogni volta che la canzone viene riprodotta in streaming o in radio, venduta su cd e vinili, rifatta da altri artisti o data in licenza a programmi tv, pubblicità e film.

Tali diritti dovrebbero essere spartiti a metà, ma di solito è chi investe per la registrazione a stabilirne i termini, per cui gli autori ricevono tra il dodici e il quindici per cento di royalty per la loro musica, fino al ventidue per cento per i più famosi. Quando un artista vende il suo intero catalogo, in realtà sta vendendo solo la sua percentuale dei diritti complessivi per quelle canzoni. Oltre al diritto di decidere dove verranno suonate da quel momento in poi.

Stevie Nicks ha venduto i diritti sulle canzoni poco prima di Bob Dylan
Stevie Nicks dei Fleetwood Mac su un palco a Las Vegas nel 2018 © Kevin Winter / Getty Images per iHeartMedia

La vendita record di Bob Dylan e Stevie Nicks fanno da apripista

Tutto è partito dall’accordo più eclatante, quello di Bob Dylan, che lo scorso dicembre ha venduto il suo intero repertorio – costituito da oltre seicento canzoni – alla divisione editoriale della Universal, il principale colosso industriale nel settore musicale. In cambio, il cantautore e premio Nobel per la letteratura ha ricevuto una somma di denaro stimata tra i trecento e quattrocento milioni di dollari. Si tratta, con ogni probabilità, della più grande acquisizione di diritti d’autore su un singolo artista, confermando, oltre a quelle creative, le doti pragmatiche e il fiuto per gli affari del menestrello.

Qualche giorno prima di Dylan, anche la cantante Stevie Nicks ha ceduto all’editore musicale Primary Wave l’ottanta per cento dei diritti sulle canzoni pubblicate da solista, quindi fuori dai Fleetwood Mac, per un valore di circa cento milioni di dollari.

Neil Young ha ceduto a sorpresa metà del suo catalogo
Neil Young a un concerto benefico del 2015 in onore di Bob Dylan © MusiCares Foundation

Hipgnosis mangia tutto, da Neil Young a Shakira

A gennaio, la società d’investimento britannica Hipgnosis Songs Fund ha annunciato l’acquisizione di metà catalogo di Neil Young per centocinquanta milioni di dollari. Una scelta per certi versi sorprendente, considerato che Young non ha mai concesso in licenza le sue canzoni per l’uso in pubblicità, alle multinazionali o alla politica. Al contrario, ha sempre preso in giro gli artisti che lo hanno fatto, come Michael Jackson, Whitney Houston o Eric Clapton.

Tuttavia il fondatore di Hipgnosis, Merck Mercuriadis, rassicura che canzoni iconiche come Heart of gold e Rockin’ in the free world non saranno mai utilizzate nei fast food: “Ho costruito un’azienda di cui Neil vorrebbe far parte. Abbiamo un’integrità, un’etica e una passione comuni che nascono dalla fede nella musica e in queste canzoni importanti. Non ci sarà mai una Burger of gold, ma lavoreremo insieme per assicurarci che tutti possano ascoltarle alle condizioni di Neil”.

Hipgnosis, che raccoglie denaro dagli investitori e lo spende per acquisire i diritti di proprietà intellettuale di hit popolari, ha già assorbito i cataloghi di Mark Ronson, Timbaland, Barry Manilow, Blondie, Shakira e Nile Rodgers degli Chic, il quale è anche entrato nel comitato esecutivo della società.

I Beach Boys non solo hanno ceduto parte dei diritti sulle canzoni ma anche il marchio e l'immagine
I Beach Boys ritratti nel 1964 © Hulton Archive / Getty Images

Dal marchio Beach Boys al “caso” David Crosby

Tra gli ultimi a far parlare di sé, i Beach Boys hanno affidato il loro patrimonio nelle mani della società Iconic Artists Group, cedendo una quota del catalogo (in gran parte ancora di Universal) ma soprattutto lo sfruttamento del marchio, dell’immagine, delle registrazioni e dei cimeli. Il fondatore della IAG, Olivier Chastan, dice: “I Beach Boys non sono solo un gruppo musicale, ma uno stile di vita, un brand di consumo che non è mai stato sfruttato”.

La decisione è stata presa dai tre membri superstiti della band, Brian Wilson, Mike Love e Al Jardine, insieme ai figli di Carl Wilson, morto nel 1998. In vista del 60mo anniversario del loro primo singolo Surfin’ (novembre 1961), si potrà forse assistere a un musical di Broadway sui Beach Boys, andare a mangiare in un ristorante o entrare in un parco tematico con il loro nome. Ma in futuro potremo anche godere di soluzioni avveniristiche, come l’ipotesi di un tour con gli ologrammi della band o quella proposta dallo stesso Chastan alla rivista Rolling Stone: “Tra cinque anni potrei mandarvi un messaggio con scritto di indossare gli occhiali per la realtà virtuale e andare a vedere i Beach Boys mentre registrano Good vibrations ai Western recorders. Gli studi sono ancora lì, potremmo scannerizzarli in 3D e replicare digitalmente i volti dei Beach Boys in modo piuttosto semplice”.

Quasi a voler emulare la mossa di Bob Dylan, Paul Simon ha appena venduto tutti i suoi titoli alla Sony, quattrocento brani scritti in sessant’anni di musica con Art Garfunkel e da solista. Anche se poco prolifico negli ultimi dieci anni, pezzi come Sound of silence e Mrs. Robinson, Graceland e You can call me Al resteranno per sempre nella memoria.

David Crosby si è sentito costretto a cedere diritti sulle canzoni per motivi economici
David Crosby col suo caratteristico cappello © Anna Webber

Un altro monumento del rock americano, David Crosby, si è sentito costretto a vendere il suo intero catalogo perché i concerti sono stati cancellati e lo streaming non paga. E così, ha dovuto cedere pubblicazioni e registrazioni alla Iconic Artists Group, compresi i suoi progetti solisti, il suo lavoro con i Byrds e le sue uscite come parte del supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young, intascandosi tra i cento e i duecento milioni di dollari. “Questo accordo è una benedizione”, ha comunicato il 79enne, che a dicembre lamentava di non poter lavorare: “Lo streaming ha rubato i miei soldi – aveva twittato –  ho una famiglia e un mutuo e devo prendermi cura di loro, quindi è la mia unica opzione”.

Bolla dell’editoria musicale?

Investitori a caccia di guadagni sicuri su canzoni intramontabili, che non risentono delle fluttuazioni finanziarie, partecipano a una vera e propria corsa all’oro, l’ultima tendenza di un mercato musicale stravolto dai tempi di incertezza, dalla diffusione dello streaming e dalla mancanza degli introiti da concerti a causa della Covid-19.

Secondo la società di ricerca Midia, solo nel 2019 sono stati spesi oltre quattro miliardi di dollari in acquisizioni di cataloghi musicali e il mercato delle contrattazioni dell’editoria musicale è ora al suo massimo. “Per un artista di successi anni Settanta, Ottanta e Novanta, non c’è mai stato momento migliore, né mai potrebbe esserci, per vendere i propri diritti. Si chiudono accordi a prezzi fino a venti volte superiori”, sostiene l’analista Mark Mulligan, scoperchiando quella che alcuni già definiscono una bolla editoriale.

L'editoria musicale è più profittevole della vendita di dischi
Dischi in vinile © Anthony Martino via Unsplash

Più cauto è l’editore Randall Wixen. In una lettera al critico musicale Bob Lefsetz, l’esperto di publishing sottolinea che “la prospettiva di un reddito costante a lungo termine grazie all’editoria musicale viene talvolta trascurata di fronte all’opportunità di un enorme pagamento in un’unica rata”, aggiungendo di non conoscere alcun artista che non abbia poi rimpianto la vendita del proprio repertorio. “Valutazioni così alte valgono per gli artisti davvero iconici, che non sono poi tanti”, spiega al Guardian l’editore musicale Josh Gruss di Round Hill il quale, in scia alla Hipgnosis, ha investito 650 milioni di dollari per i diritti su 120mila canzoni, spaziando da Bruno Mars ai Beatles.

Ma, come ogni corsa all’oro, anche questa bolla non potrà durare a lungo. Mercuriadis prevede un arco temporale di due anni, periodo in cui “probabilmente investirà due o tre miliardi di sterline in cataloghi”.

5 motivi per negoziare diritti sulle canzoni

In un recente rapporto di Billboard, il consulente patrimoniale Daniel Weisman spiega che le acquisizioni di cataloghi musicali non si limitano solo ai grandi nomi del passato, ma si stanno allargando ad artisti più recenti. Anche se le vecchie hit sono più sicure, perché hanno già superato il test del tempo. Alcune di queste possono addirittura trovare nuova e improvvisa popolarità tra i giovanissimi, come accaduto per il brano Dreams dei Fleetwood Mac, uscito nel 1977 e tornato in classifica durante la pandemia dopo un video virale su TikTok. Weisman riporta una frase del grande dirigente musicale Martin Bandier: “Quando le persone sono sia felici che tristi, le uniche attività che fioriscono sono quelle della musica e dell’alcol”, sostenendo in pratica che la musica è a prova di recessione. O di pandemia.

Il direttore editoriale di Billboard, Robert Levine, riassume in cinque punti le ragioni di questo trend. Il primo è l’effetto Spotify: l’esplosione dello streaming e i dati da esso generati, oltre che dai download, hanno portato a una crescita delle valutazioni sulle canzoni, per cui adesso è più semplice individuare quelle di valore, presente e futuro. Le tecnologie a disposizione, inoltre, rendono meno costosa la gestione delle edizioni musicali e dei compensi a livello globale, abbattendo le barriere in entrata per questo business.

L'effetto Spotify sul mercato dei diritti sulle canzoni
Spotify © Scott Beale via Flickr

Il secondo è legato ai bassi tassi di interesse e di inflazione, condizionati dall’emergenza sanitaria, che rendono più appetibili gli investimenti in cataloghi musicali. Con gli stessi soldi oggi si possono comprare più canzoni, finché la competizione cresce e i prezzi aumentano, un po’ come nel mercato immobiliare quando i tassi sui mutui sono particolarmente bassi. I cataloghi musicali garantiscono comunque buoni rendimenti, superiori a quelli di molte obbligazioni, in quanto non dipendono dalle variazioni di mercato.

Altro fattore determinante sono le tasse sulle plusvalenze. “Le royalties sono reddito, mentre la vendita di cataloghi musicali è considerata una plusvalenza. Le tasse patrimoniali sulle plusvalenze in genere sono più basse di quelle sul reddito”, spiega Levine. Nei Paesi dove queste sono più basse, è vantaggioso investire. Negli Stati Uniti, l’intenzione del nuovo presidente Joe Biden di raddoppiare le tasse – dall’attuale 20 al 39.6 per cento – per chi guadagna più di un milione di dollari all’anno sta spingendo artisti ricchi e famosi a chiudere affari e vendere in tempi rapidi.

Quasi tutti i profitti degli U2 nel 2017 sono arrivati dai concerti
Gli U2 nel 2019 a Seoul, Corea del Sud, durante il tour di celebrazione dell’album The Joshua Tree © Chung Sung Jun / Getty Images

A causa della pandemia abbiamo assistito alla pressoché totale cancellazione dei tour che, da quando le vendite dei dischi sono crollate, rappresentano la maggior fonte di guadagno per gli artisti. Uno studio dell’istituto finanziario Citigroup del 2018 riporta, per esempio, che oltre il novantacinque per cento delle entrate degli U2 nel 2017 è derivato dai concerti, mentre meno del quattro per cento da vendite di dischi e streaming. Fino a quando gli eventi dal vivo non ripartiranno in tutta sicurezza, perché non capitalizzare grazie ai diritti sulle canzoni?

Infine, ma non da ultimo, incide la volontà dei musicisti di evitare cause legali sui loro cataloghi. Prince, Aretha Franklin, James Brown, Tom Petty e altri artisti dalle relazioni familiari piuttosto complicate sono scomparsi prima di lasciare indicazioni sulla gestione dei rispettivi beni, con conseguenti litigi fratricidi finiti in tribunale. Per questa ragione grandi star, soprattutto raggiunta una certa età, pensano di pianificare il futuro delle proprie canzoni. “Esiste un legame personale con le canzoni. Vuoi proteggerle, ma non vuoi che allontanino le persone”, conclude Levine.

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