Clima, trenta nazioni chiedono che la ripresa post-coronavirus sia sostenibile

Riuniti in teleconferenza, i governi di 30 paesi hanno chiesto che il rilancio economico post-coronavirus si basi sulla salvaguardia del clima.

Trenta tra capi di governo e ministri dell’Ambiente si sono riuniti il 27 e il 28 aprile, in teleconferenza, nell’ambito del cosiddetto “Dialogo di Petersberg”. Un consesso internazionale informale, nato nel 2010 su iniziativa della Germania, al fine di facilitare i colloqui tra le nazioni al fine coordinare un’azione di lotta contro i cambiamenti climatici. Ciò in vista della Cop 26 di Glasgow, prevista inizialmente per il prossimo mese di novembre ma che è stata rinviata al 2021 (a data ancora da destinarsi) per via dell’epidemia di coronavirus.

La Germania: “Il benessere di una nazione dipende da quello delle altre”

Nei mesi precedenti rispetto alla ventiseiesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, infatti, si sarebbero dovute tenere delle sessioni di lavoro preliminari. Fondamentali per arrivare a Glasgow con in un mano una base solida di lavoro. Anche tali incontri, però, sono stati annullati. Ed è anche per questo che il Dialogo di Petersberg sul clima ha assunto quest’anno una valenza particolarmente importante, almeno dal punto di vista politico.

Merkel Germania
La cancelliera tedesca Angela Merkel © Jochen Zick – Pool/Getty Images

A patto, ovviamente, che le parole si trasformino rapidamente in fatti. Le indicazioni giunte dalla riunione telematica – alla quale hanno partecipato anche dirigenti dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite che organizza le Cop, ed esponenti delle organizzazioni non governative – appaiono infatti positive. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha spiegato infatti che la pandemia sta insegnando che “la cooperazione internazionale è fondamentale. Il benessere di una singola nazione dipende da quello delle altre».

Il Giappone rivedrà i propri impegni sul clima

Ancor più importante, la leader ha per la prima volta espresso il proprio sostegno esplicito all’obiettivo intermedio fissato a livello europeo per la riduzione delle emissioni di CO2. Come noto, infatti, Bruxelles intende azzerare le proprie emissioni nette di gas ad effetto serra di qui al 2050. Per farlo, ha stabilito una “road map” che prevede un calo del 50-55 per cento entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.

Un’altra buona notizia è arrivata dal Giappone. La nazione asiatica era stata criticata aspramente, alla fine di marzo, per aver depositato un nuovo documento nel quale dettagliava le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra che intende centrare. Si tratta dei cosiddetti Ndc, Nationally determined contributions, che tutti gli stati del mondo sono chiamati ad inviare alle Nazioni Unite prima della Cop 26. Problema: quello del Giappone era sostanzialmente invariato rispetto a quello – già insufficiente – depositato cinque anni fa, in occasione della Cop 21 di Parigi.

Le Nazioni Unite: “Giorni bui, ma non privi di speranza per un mondo più resiliente”

Di qui l’indignazione delle associazioni ecologiste di tutto il mondo. Che ha sortito gli effetti sperati, dal momento che Tokyo ha fatto sapere di essere pronta a rivedere le proprie promesse, in un ulteriore nuovo documento. Mentre la Cina ha affermato di essere pronta a fare la propria parte nell’ambito dello sforzo mondiale di lotta ai cambiamenti climatici. «Sono giorni oscuri, ma non per questo privi di speranza – ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres -. Abbiamo una rara e breve finestra a disposizione per ricostruire un mondo più resiliente».

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