Expo 2015

Cnr, come contrastare la desertificazione con agroecologia e riforestazione

I numeri rilasciati dal Cnr sono allarmanti: 110 Paesi nel mondo soffrono il degrado del suolo. La lotta alla desertificazione si vince grazie a buone pratiche già testate.

Sono 12 milioni gli ettari di terreno persi ogni anno in tutto il pianeta, 20 i milioni di tonnellate di cereali che non entrano a far parte delle derrate alimentari. Da un lato il 45 per cento delle terre è a rischio degrado, dall’altro si hanno circa 2 miliardi di persone che già vivono nelle aree aride, spesso al di sotto della soglia di povertà.

agroecologia
Contrastare la desertificazione con l’agroecologia

Sono questi i numeri rilasciati dal Cnr durante il convegno “Siccità, degrado del territorio e desertificazione in Italia e nel mondo”, tenutosi a Expo lo scorso 26 agosto. “Se si guarda all’Italia – ha dichiarato Mauro Centritto, direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Cnr – gli ultimi rapporti ci dicono che è a rischio desertificazione quasi 21 per cento del territorio nazionale, il 41 per cento del quale si trova nel sud”.

Sicilia, Puglia, Molise, Basilicata, ma anche Sardegna, Abruzzo, Marche, Umbria, Campania ed Emilia Romgagna potrebbero essere interessate dalla desertificazione, ovvero dal degrado progressivo del suolo, con la conseguente perdita di fertilità dello stesso, che come spiega Centritto “non è un processo naturale è il risultato della pressione antropica”.

Ma il rischio più grande, come hanno spiegato i ricercatori, è quello di arrivare e superare il punto di non ritorno, ovvero la “dust bowlification”, la conca di polvere. Dove non può più crescere nulla. Infatti: “le conche di polvere sono un punto di non ritorno”, mentre nelle aree aride e semi aride è possibile intervenire e mettere in atto progetti di recupero.

“Su questo obiettivo la scienza e la tecnologia dovranno misurarsi nel prossimo futuro individuando cosa sia possibile fare nelle terre già degradate e in quelle che iniziano a degradarsi a causa dei cambiamenti climatici e dell’azione dell’uomo”, ha sottolineato Rachid Serraj del Cgiar (Consultative group for international agricultural research). “La desertificazione ed i cambiamenti climatici ancora non hanno trovato un contesto che permetta di mettere in campo soluzioni tecniche in grado di rallentare, se non fermare la nemesi che incombe e che continuiamo a ignorare facendo finta di niente”.

Le buone pratiche che fermano il deserto. Le soluzioni ci sono e in molti casi portano a ottimi risultati. “La desertificazione non è un processo irreversibile: la riforestazione, l’agricoltura conservativa, le nuove forme di transumanza che ‘mimano’ la natura, sono soluzioni efficaci per riabilitare le terre degradate”, ha spiegato Centritto. “L’agroecologia si sta affermando a livello globale come soluzione atta a proteggere il suolo, le risorse idriche e a nutrire il pianeta”.

Come i progetti esposti da Giuseppe Enne, professore del Centro di ricerca sulla desertificazione dell’Università di Sassari. Ecco allora le opere di recupero delle ex steppe marocchine, nell’area di Marrakech, degradate ormai a deserto e ripristinate ad attività agropastorali intervenendo con il cespugliamento di Atriplex nummularia, un arbusto adatto al foraggiamento. Qui la piantumazione ha portato ad ombreggiamento e condensa dell’umidità, che a sua volta a portato ad una ripresa vegetativa del suolo. Inoltre, grazie all’attività pastorale, il suolo è stato concimato dagli animali, aumentandone quindi la fertilità. Ripristino quindi sia dell’ecosistema naturale che delle attività umane.

Ma questo non è l’unico caso. Da anni si lavora sulle aree marginali africani dove l’unica fonte di energia è il legname. Per fermare la deforestazione e il degrado del territorio, sono molte le attività di piantumazione di Jatropha curcas, pianta ideale per i fini bioenergetici.

La desertificazione si può fermare quindi. “Tuttavia – ha sottolineato Luigi Nicolais presidente del Cnr – l’impegno degli scienziati, lo sviluppo di tecnologie ecosostenibili, le grida d’allarme lanciate possono ben poco senza una straordinaria e convinta mobilitazione della politica, un radicale cambio di passo dell’economia e dei sistemi produttivi, la responsabilizzazione diretta dei singoli”.

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