Coronavirus

Il coronavirus ha messo in mostra tutte le disuguaglianze nella nostra società

La pandemia e le misure di contenimento stanno colpendo tutti, senza eccezioni. Eppure fattori come la casa, la disponibilità economica, il genere, l’accesso alla tecnologia, la condizione lavorativa, cambiano il modo in cui le persone stanno vivendo il dramma sanitario.

C’è un bel via vai di gente ai Fortitude ranch statunitensi. Tra chalet dotati di bunker sotterranei, provviste illimitate, boschi in cui passeggiare e un fossato per tumulare corpi infetti, queste strutture offrono un rifugio per “sopravvivere a qualsiasi tipo di disastro e perdita a lungo termine della legge e dell’ordine”. Quando l’imprenditore Drew Miller si è lanciato nel business, probabilmente si immaginava uno scenario simile a quello del Covid-19. E infatti gli americani che stanno lasciando le loro case per rifugiarsi in questi paradisi rurali sono raddoppiati, rispetto al 2019.

Questa fuga non è tanto diversa dalla fame di bunker antiatomici che si sta registrando un po’ in tutto il mondo. In California e in Australia le imprese del settore hanno avuto un boom di richieste nelle ultime settimane, mentre un’azienda italiana specializzata in rifugi ha rivelato che il suo telefono continua a squillare. In Inghilterra, intanto, un facoltoso imprenditore locale ha aperto la sua villa alle famiglie londinesi, 600 ettari di terreno tra orti, granai, mulini e animali.

Lois Copley-Jones, 4 anni, mentre svolge attività per la scuola nel suo giardino mentre viene immortalata dal padre fotografo il 25 marzo 2020, il terzo giorno di chiusura nazionale delle scuole. Newcastle Under Lyme, Regno Unito © Gareth Copley/Getty Images
Lois Copley-Jones, 4 anni, mentre svolge attività per la scuola nel suo giardino mentre viene immortalata dal padre fotografo il 25 marzo 2020, il terzo giorno di chiusura nazionale delle scuole. Newcastle Under Lyme, Regno Unito © Gareth Copley/Getty Images

Se nei Fortitude ranch si richiede l’iscrizione a una comunità e il pagamento di una retta annuale, per i bunker antiatomici serve qualche decina di migliaia di euro. L’imprenditore inglese non ha rivelato invece il prezzo della quarantena nella sua reggia, ma a vedere le foto la categoria è del lusso. Ad accomunare tutte queste esperienze c’è insomma un solo elemento: la disponibilità economica degli ospiti.

Disuguaglianze verticali

Nell’ultimo mese, in Italia è impazzato l’hashtag #stateacasa. L’appello è venuto da familiari, amici e conoscenti, oltre che dalla politica. Ma non solo. Dai loro attici o dalle villette con giardini che superano in ettari i parchi pubblici (chiusi al pubblico) dei centri urbani, anche vip e calciatori hanno moltiplicato i loro post. Annoiati sui divani letto incastrati nei loro monolocali o bilocali, o negli appartamenti senza balcone, le “persone normali” non hanno potuto fare altro che ascoltare quegli appelli, finendo anche per empatizzare con chi viveva nel privilegio e adesso si è ritrovato in quarantena, come loro. A separarli nella condizione, qualche centinaia di metri quadri di spazio a disposizione per muoversi.

A separarli nella condizione, qualche centinaia di metri quadri di spazio a disposizione per muoversi.
Coronavirus e disuguaglianze della società
Una donna gioca con sua figlia sul balcone di casa a Roma, il 23 marzo 2020 © Marco Di Lauro/Getty Images

Eppure, c’è sempre chi se la passa peggio di qualcun altro. In Italia alcuni senzatetto sono stati multati perché, appunto, non avevano una dimora per la quarantena. È solo la punta dell’iceberg di altre problematiche che hanno peggiorato la loro già precaria condizione: mense chiuse, dormitori ad accesso limitato, riduzione drastica dei volontari, stop a docce e lavaggio vestiti. Gli spazi ristretti di un monolocale, l’assenza di giardini e terrazze, sono diventati d’improvviso nulla davanti a storie di questo tipo, quelle di chi non può contare nemmeno su un tetto e viene pure criminalizzato per questo.

Gli spazi ristretti di un monolocale, l’assenza di giardini e terrazze, sono diventati d’improvviso nulla davanti a storie di questo tipo, quelle di chi non può contare nemmeno su un tetto.
A Las Vegas un parcheggio è stato trasformato in rifugio temporaneo per i senzatetto
A Las Vegas un parcheggio è stato trasformato in rifugio temporaneo per i senzatetto © Ethan Miller/Getty Images

Un discorso simile vale per i detenuti, che hanno visto restringersi ulteriormente i già claustrofobici spazi a disposizione, con l’interruzione dei lavori all’esterno, delle visite all’interno e di molte altre attività. Nei centri permanenti per il rimpatrio italiani, intanto, i 400 migranti che li popolano continuano a vivere in condizioni di detenzione, senza che vengano rispettati i protocolli sanitari. Il tutto nel consueto silenzio istituzionale, a riprova di come esistano esseri umani di serie A e di serie B nella concezione comune.

Esiste una struttura sociale ripidamente verticale, dove le differenze tra l’1 per cento che abita l’attico della piramide, chi si trova ai piani mediani, e gli emarginati che vivono nel sottoscala, non perdono occasione di mettersi in mostra.

Esiste una struttura sociale ripidamente verticale, dove le differenze tra il cosiddetto 1 per cento che abita l’attico della piramide, chi si trova ai piani mediani, e gli emarginati che vivono nel sottoscala, non perdono occasione di mettersi in mostra. Eppure non è solo tra questi livelli che sta emergendo la diversa esperienza della pandemia. Anche negli spazi abitati dalla gente comune non esistono destini condivisi. Al contrario, si sprecano le storie di vulnerabilità e precarietà, a riprova di come le diseguaglianze caratterizzino ogni angolo del tessuto sociale.

Coronavirus e disuguaglianze della società
Una coppia immortalata dietro la finestra di casa durante la quarantena a Roma il 23 marzo 2020 © Marco Di Lauro/Getty Images

Disuguaglianze orizzontali

Da quando è iniziato il periodo di quarantena, le telefonate di donne vittime di violenza domestica alle reti di sostegno italiane si sono dimezzate. Un paradosso, in una situazione in cui il maggior contatto rischia di esporre le vittime a più abusi. E in effetti è probabilmente così, manca semplicemente la privacy per riuscire a denunciare. Non è il solo aspetto attraverso cui stanno emergendo problematiche di genere nell’emergenza in corso. Paesi come l’Ohio e il Texas hanno declassato l’aborto a pratica sanitaria non fondamentale, in un momento in cui il Covid-19 deve avere la precedenza su tutto. Le donne locali si trovano così private di un diritto fondamentale, sospeso al pari della possibilità di bersi un moscow mule nel bar di fronte casa.

Le donne in Ohio e Texas si trovano così private di un diritto fondamentale, sospeso al pari della possibilità di bersi un moscow mule nel bar di fronte casa.
Da quando è iniziato il periodo di quarantena, le telefonate di donne vittime di violenza domestica alle reti di sostegno italiane si sono dimezzate
Una donna appena sveglia nella propria casa, fotografata attraverso le grate del suo balcone. Roma, 22 marzo 2020 © Marco Di Lauro/Getty Images

Altri problemi di genere si stanno intrecciando poi al concetto di smart working. Le donne italiane dedicano in media sette ore di lavoro non retribuito al giorno alle attività domestiche. Con le scuole chiuse, la sospensione della vita lavorativa esterna e l’impossibilità di ottenere supporto da fuori nelle attività di casa, in molte stanno vivendo una compressione ulteriore dei propri già ristretti spazi personali. Oltre che sommarsi, il lavoro di cura e quello professionale finiscono così per sovrapporsi in questa fase, a riprova di come le diseguaglianze non siano solo tra famiglie, ma anche intrafamiliari.

Questo sta emergendo anche nel mondo del lavoro. C’è l’operaio costretto a recarsi in azienda in assenza di tutele sanitarie reali; c’è il lavoratore autonomo che da più di un mese non può lavorare e, al massimo, aspira ai contributi una tantum stanziati dal governo; c’è il dipendente in cassa integrazione che deve rinunciare a parte del suo già scarso stipendio. Di certo, in questa fase sta emergendo più che mai lo stigma del precariato, con le ultime ruote del mercato del lavoro che stanno pagando il prezzo più caro del dramma sanitario in corso. La previsione di 25 milioni di disoccupati creati dalla pandemia a livello globale è la fotografia di un sistema socio-economico che si regge su basi molto fragili, con un ascensore sociale che sembra sì essere ripartito, ma con viaggio di sola andata verso il basso.

È la fotografia di un sistema socio-economico che si regge su basi molto fragili, con un ascensore sociale che sembra sì essere ripartito, ma con viaggio di sola andata verso il basso.
Coronavirus e disuguaglianze della società
Un lavoratore addetto alle consegne nelle strade di New York, il 20 marzo 2020 © Spencer Platt/Getty Images

Queste storie di precarietà lavorativa si riflettono poi sulla condizione dei figli di chi le vive. Nel 2019 solo il 76,1 per cento delle famiglie italiane aveva accesso a internet, un problema in parte dovuto alla diffusione non capillare della rete su tutto il territorio nazionale. Ma spesso a fare la differenza è la situazione economica fragile dei nuclei familiari. Mancano i soldi per avere accesso alla tecnologia e, quando si riesce, c’è da spartirsi i dispositivi. Stanno emergendo le testimonianze di genitori e figli che si contendono l’unico pc di casa tra smart working dei grandi e didattica online dei piccini, o dove gli smartphone a disposizione non sono abbastanza all’avanguardia.

Mentre si esalta la teledidattica, si mette in mostra più che mai la violenza del divario tecnologico e, a braccetto, il fatto che l’istruzione resti un privilegio più che un diritto universale. Sono storie di precariato, discriminazioni e barriere che rivelano come una casa sia un presupposto necessario ma non sufficiente per rendere lo #stateacasa sostenibile. Ci sono una miriade di altri fattori che oggi più che mai stanno facendo sentire il loro peso sulla vita delle persone.

Sono storie di precariato, discriminazioni e barriere che rivelano come una casa sia un presupposto necessario ma non sufficiente per rendere lo #stateacasa sostenibile.
Disuguaglianze e coronavirus
Una bambina di 8 anni fa i compiti con sua madre. Essendosi assentata da scuola e non avendo internet a casa non ha potuto partecipare alle lezioni online insieme ai suoi compagni. Mineola, New York, 30 marzo 2020 © John Moore/Getty Images

Un mondo diseguale, oggi più che mai

Se c’è una cosa che si continua a sentire in queste settimane di contenimento del Covid-19, è che si è tutti sulla stessa barca. A nessuno degli oltre tre miliardi di persone coinvolte nell’emergenza è permesso andare al ristorante, al museo o al mare. La quarantena vale per tutti, tutti devono cambiare le proprie abitudini di vita e a nessuno è concessa una deroga in questo senso.

Se è vero allora che tutta l’umanità è sulla stessa barca, è innegabile che si tratta di una barca con tanti scompartimenti, ognuno caratterizzato da un differente grado di percezione del malessere.

Eppure, anche in una situazione drammatica come è quella attuale, stanno emergendo più che mai le disuguaglianze che caratterizzano la società. Se è vero allora che tutta l’umanità è sulla stessa barca, è innegabile che si tratta di una barca con tanti scompartimenti, ognuno caratterizzato da un differente grado di percezione del malessere. Dai vip senza sintomi che hanno accesso ai tamponi mentre frotte di cittadini con 39 di febbre sono costretti a letto senza poter sapere che malattia stanno combattendo, agli ultimi, dimenticati nelle strade e senza nemmeno una dimora in cui poter ottemperare alla legge, passando dal mondo di mezzo che vive quotidiane disuguaglianze di genere, barriere tecnologiche, fragilità lavorative e didattiche, la pandemia ha ricordato quanto sia socialmente fragile ed eterogeneo il pianeta.

La pandemia ha ricordato quanto sia socialmente fragile ed eterogeneo il Pianeta.

Anche quando si è tutti accomunati dallo stesso destino, esso sa farsi sentire in modo più o meno violento a seconda della propria condizione. E in futuro non potrà che essere peggio. Quando anche un vaccino per il Covid-19 ci sarà, per esempio, il rischio sarà sempre lo stesso: che si trasformi di un prodotto di lusso, accessibile solo a chi può permetterselo economicamente – come è stato per altri farmaci del passato.

“Le vulnerabilità sociali preesistenti non fanno che peggiorare dopo un disastro, e questo è un esempio perfetto”, ha detto a proposito della tragedia attuale Nicole A. Errett, co-direttrice di un centro studi sulla resilienza dell’Università di Washington. Dicono che quando tutto sarà finito si materializzerà una realtà diversa, migliore. La sensazione è che mentre il mondo cambierà, a non cambiare sarà invece la sua natura. Quella di un sistema fondato sulla moltiplicazione delle disuguaglianze sociali.

Anche quando si è tutti accomunati dallo stesso destino, esso sa farsi sentire in modo più o meno violento a seconda della propria condizione.
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